logica delle larghe intese

Le larghe intese si fondano, in Italia e in Europa, sulla logica della necessità e della presunta mancanza di alternative alle politiche di austerità. Il mantra “non ci sono alternative” è proposto come soluzione all’attesa crescita esponenziale degli euroscettici, di sinistra e di destra. La contrapposizione dei cosiddetti “europeisti” e degli “euroscettici” è funzionale alla “logica dei 101”, dei franchi tiratori nostrani e di chi nelle file della sinistra socialista e democratica non crede nella possibilità di una alternativa radicale allo status quo. È una contrapposizione che cementa le larghe intese e le opposizioni dure e pure che sperano, grazie alla differenza bianco/nero, luce/buio, cittadini/casta, di raggiungere il 51%. Si formano così due blocchi, si costruisce il bivio di cui parla l’appello per Tsipras, si rende impensabile qualsiasi altra via. Guai quindi, per una lista che vuole proporre una via “altra”, a giocare la parte dell’opposizione muro contro muro, che rinforza, in Italia e in Europa, la logica delle larghe intese.

Serve un’opposizione intelligente che alzi la posta in gioco. Che sveli il doppiogioco della retorica delle larghe intese: la candidatura di Tsipras da parte della Sinistra Europea può permettere di fare una breccia in questa logica. Come nota giustamente Il Manifesto la posizione di Tsipras, se resa di dominio pubblico, potrebbe svuotare la retorica della grande coalizione “contro gli euroscettici di destra e sinistra”, per il semplice fatto che – sebbene a fatica – Tsipras ha portato la Sinistra Europea da posizioni di rifiuto dell’austerità e dell’euro a una richiesta di rinegoziazione dei patti economici, di ristrutturazione e cancellazione dei debiti nonché di riforma delle istituzione europee in chiave democratica e federale.

Esiste una differenza profonda tra le posizioni del fronte euroscettico e xenofobo Le Pen-Salvini-Wilders&C. e la richiesta di una rifondazione dell’Unione Europea in chiave federale per far fronte all’emergenza sociale, tra il ritorno protezionista alle sovranità nazionali (auspicato anche da Alternative für Deutschland) e la costruzione di una sovranità comune per arginare l’esautorazione dei parlamenti nazionali di fronte alle logiche della crisi.

Come giustamente ammette l’articolo de Il Manifesto la posizione di Schulz, il candidato dei socialisti e democratici europei, non va appiattita su quella di Gabriel o di Letta. Schulz non crede che i populisti di destra e sinistra siano egualmente euroscettici come sostiene Gabriel, né annuncia le sue visioni sul futuro dell’Europa vagheggiando l’ipotesi di essere “dittatore per 30 minuti” per abbattere la burocrazia europea degli acronimi (“ESF, ESM, Two-Pack, Six-Pack”) e rilanciare il “sogno europeo” (questo ha detto Letta tra gli applausi dei leader europei a Monaco di Baviera).

Allo stesso modo non bisogna cercare tra le righe del patto della Große Koalition tedesca la posizione di Schulz riguardo alla crisi europea. L´SPD ha certamente evitato la crisi durante la campagna elettorale del 2013. Schulz è rimasto solo nella calda estate del 2012, mentre i nazionalismi calcistici ed economici si infiammavano e si incrociavano negli stadi e nei consigli europei a Bruxelles, a difendere la linea del parlamento e della commissione sulla necessità degli eurobond, i titoli obbligazionari comuni. Si vanta tuttora di essere stato definito “l’ultimo degli euro-bondiani” e difende ancora questa linea, nonostante sia stato lasciato solo dall’SPD. In Germania, durante la campagna elettorale nazionale del 2013, è stato definito “traditore degli interessi tedeschi” perché, dopo che la linea degli eurobond è stata messa in discussione dal Bundesgerichtshof di Karlsruhe (la corte costituzionale tedesca), ha comunque cercato di imporre la linea del fondo comune di ristrutturazione del debito come soluzione provvisoria in attesa di riformare democraticamente le istituzioni europee, superando così il veto della corte di Karlsruhe. Un tale fondo comune, proposto da una commissione di esperti del governo tedesco tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 (qui il testo originale, qui una versione in inglese,  e qui in una spiegazione de Il Sole 24 ore), prevede che tutti gli stati europei che non soggetti al controllo della troika (ovvero tutti tranne Irlanda, Grecia, Portogallo) mettano in un unico fondo i debiti sovrani superiori al 60% del PIL. Questi debiti devono essere ricomprati con un interesse calmierato negli anni a venire. Sebbene questa sia una proposta molto meno audace degli eurobond, che prevedono titoli comuni fino al 60% del PIL e titoli nazionali per l’eccedenza, non è stata accettata dal governo Merkel perché avrebbe previsto comunque una messa in comune del debito che avrebbe comportato una drastica riduzione degli interessi per l’Italia (che viaggiava a fine 2011 sul 7%) ma un leggero aumento per la Germania, il cui tasso di interesse si trovava sotto al livello d’inflazione.

L’SPD e i Verdi inserirono la realizzazione di un fondo comune di risanamento dei debiti nel loro programma elettorale per le elezione tedesche del 2013, senza farne mai tema della loro campagna elettorale. Al punto 6 del patto di coalizione tra l’SPD e la CDU/CSU si legge quindi: “qualsiasi forma di messa in comune dei debiti statali metterebbe in pericolo le necessarie direttive politiche nazionali nei singoli stati membri. Responsabilità di bilancio nazionale [nationale Budgetverantwortung] e garanzia comune e sovranazionale [supranationale, gemeinsame Haftung] sono inconciliabili” (corsivo mio). I socialdemocratici si sono quindi piegati al principio che “ogni stato rimane garante del proprio debito pubblico”, nonostante la moneta comune, l’intreccio delle grandi banche e le decisioni collettive degli organi intergovernativi. Di fronte alla sproporzionata popolarità della Merkel l’SPD ha dovuto capitolare.

Il patto di Parigi del marzo 2012 che D’Alema aveva tessuto dalla presidenza della fondazione dei socialisti europei con l’obiettivo di cambiare gli equilibri dell’Unione nelle campagne elettorali di Hollande (Francia), Bersani (Italia), Gabriel (Germania) e Schulz (Europa), si è fermato all’Eliseo spiaggiandosi in due grandi coalizioni a guida di Letta e della Merkel. Merkozy ha perso la coda, ma non la testa.

In un articolo dal significativo titolo “Meglio il tedesco o meglio il greco alla presidenza UE?” Gad Lerner ha accostato il nazionalismo dell’SPD che nell’agosto del 1914 ruppe l’internazionale socialista e votò a favore dei crediti di guerra, con il baratto compiuto cento anni dopo dalla stessa SPD che ha contrattato il reddito minimo garantito per i lavoratori tedeschi in cambio della cancellazione del piano per un fondo europeo per la condivisione del debito. Sebbene Lerner “non v[oglia] sostenere che l’accordo stipulato con la cancelliera democristiana sia paragonabile ai crediti di guerra del 1914” il paragone – terribile – è stato fatto. Dopo la Merkel nazista, l’SPD guglielmina riapre le ferite e i risentimenti di quella guerra civile europea dalle cui ceneri è nato il Manifesto di Ventotene e il progetto dell’Unione Europea che ha vinto il Nobel per la pace nel 2012. Riferendosi alla ricostruzione europea del dopoguerra Tsipras fa leva sul precedente del Patto di Londra del 1953 e, come concesso allora alla Germania, chiede oggi per la Grecia la ricontrattazione del debito nazionale.

Lerner, dopo aver sottolineato lo scambio asimmetrico dei diritti per i lavoratori tedeschi in cambio dell’ossigeno per gli stati indebitati afferma: “Ciò spiega a mio parere il fascino suggestivo assunto dalla candidatura alla presidenza della Commissione europea di Alexis Tsipras, leader della sinistra di Syriza che si oppone al Memorandum della Troika e al governo di larghe intese chiamato ad applicarlo in Grecia. Tsipras non ha alcuna chance di successo. Ma suscita tanta voglia di parteggiare generosamente per il greco contro il tedesco: ovvero contro la candidatura ben più solida di Martin Schulz, l’attuale presidente del parlamento europeo, esponente di quella Spd che si sembra appiattirsi nei luoghi comuni dell’ostilità tedesca ai popoli spendaccioni e fannulloni.”

Lerner spera che il PD italiano sia capace di cucire questa grave cesura tra Atene e Berlino, tra Tispras e Schulz, criticando apertamente l’SPD per farla uscire dal “socialpatriottismo” creando l’orizzonte di un solido centrosinistra europeista. Spetta quindi all’Italia riconciliare il greco con il tedesco?

Quando Schulz difende la Merkel non lo fa perché condivide le sue politiche, come sostiene Il Manifesto, ma piuttosto perché, da tedesco, ritiene pericoloso sovrapporre la responsabilità tedesca della prima metà del ‘900 con la figura della cancelliera cresciuta nella DDR e con le sue posizioni nel Consiglio europeo. Trarre da questa difesa di principio un appiattimento della linea di Schulz sulle posizioni della Merkel e farne motivo di sfida elettorale tra Die Linke e SPD – e quindi tra Tsipras (appoggiato in Germania da Die Linke) e Schulz – è, a ben guardare, oltremodo sbagliato. Nei contenuti e nella strategia elettorale.

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