“Il gigante incatenato”

il bivio raccontato nel libro di Schulz

Martin Schulz è un politico tedesco che ha difeso, contro il discorso dominante nei media tedeschi, la necessità degli eurobond prima e del fondo comune per la ristrutturazione del debito poi. Mentre l’SPD eclissava i temi europei dalla sua campagna elettorale nazionale 2013, Schulz pubblicava nel marzo dello stesso anno un libro “Der gefesselte Riese. Europas letzte Chance” (Rowohlt Verlag) in cui esprimeva le sue posizioni circa il futuro dell’Unione Europea sulla base della sua esperienza di parlamentare europeo e di presidente del parlamento. Questo libro è stato finalmente tradotto in italiano e pubblicato con il titolo “Il gigante incatenato. Ultima opportunità per l’Europa?” per i tipi di Fazi Editore – le citazioni che seguono si riferiscono ai numeri di pagina della versione ebook. Si noti che con la traduzione il sottotitolo ha guadagnato un, significativo, punto di domanda.

Prima di affrontare gli argomenti proposti da Schulz nel suo libro è il caso di tener presente l’accoglienza che il pubblico tedesco gli ha riservato in piena campagna elettorale: si passa dalla già citata accusa di tradimento degli interessi tedeschi da parte della rivista FOCUS, alla recensione della conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung, che bolla i sogni federalisti di Schulz come altrettanto irrealistici e insignificanti al pari di quelli del verde Cohn-Bendit e del liberale Guy Verhofstadt. Le proposte di Schulz sarebbero impensabili, irrealizzabili, insensate (“Unsinn”). Perlomeno, sostiene cinicamente la recensione, coprono un buco del mercato editoriale tedesco, dove nessuno si era mai azzardato a scrivere qualcosa del genere. Un po’ meglio va con la recensione della più liberale Süddeutsche Zeitung. Schulz viene descritto come un “partigiano di Bruxelles”, capace di criticare la burocrazia e il mal funzionamento degli incontri tra i capi di governo. Le sue proposte di riforma si basano però sull’ipotesi che l’Europa sia un gigante dalle grandi opportunità e che i popoli europei, a differenza dei loro governanti, abbiano ancora interesse per questo opaco progetto.

In patria Schulz ha quindi trovato un’accoglienza particolarmente fredda, se non ostile. Ciò nonostante egli gode tuttora di grande popolarità, di una stima che va ben al di là delle simpatie per il suo partito; stima per una persona integra, che difende le sue idee anche controcorrente. Il suo libro nasce proprio per questo. Come egli stesso confessa nella prefazione all’edizione italiana, il bisogno di scrivere questo libro nacque dall’ “insofferenza […] verso il trattamento dei temi europei da parte dei media tradizionali e di certi esponenti politici, non soltanto nel campo avverso al mio” (6). Nel libro Schulz denuncia la deriva legalistica dell’Unione, che non può essere solo un’unione di regole, ma deve essere anche unione politica ed economica. Una deriva legalistica che non ha risolto, ma al contrario ha aggravato la crisi economica, incatenando l’Europa (così si spiega il titolo) all’inazione di un “intergovernamentalismo a somma zero”, a una politica di austerità “a senso unico”, senza piani di investimenti per superare la crisi sociale.

Mi propongo ora di presentare brevemente gli argomenti principali de “Il gigante incatenato”.

Come i firmatari dell’appello per Tsipras, anche Schulz sostiene che l’Europa si trova di fronte a un “importante bivio politico” (162). Bisogna decidere se: rimanere fermi e mantenere lo status quo (166); “osare la democrazia” (6) per una maggiore integrazione politica, trasformando così l’Unione in un sistema politico federale, sopranazionale e democratico capace di difendere lo stato sociale europeo in ognuno dei suoi stati membri; oppure se tornare indietro, scegliendo di ri-nazionalizzare tutte le politiche degli stati o di ridurre l’Unione a un’area di libero mercato.

Il bivio raccontato da Schulz è più un crocevia che un aut aut, ma su una cosa non c’è scampo: l’ultima opportunità per l’Europa saranno le elezioni del 2014. Bisogna rompere definitivamente il mantra di chi dice che “non ci sono alternative”. Secondo Schulz chi sostiene che non ci sono alternative accetta di rinunciare alla libertà e alla democrazia (72), accetta che sia il mercato a dettare le regole alle democrazie e non le democrazie a scegliere che regole dare ai mercati (30), accetta la Marktkonforme Demokratie (democrazia conforme al mercato) della Merkel e non si pone l’obiettivo di rendere i mercati conformi alla democrazia. Accetta la pericolosa logica della necessità delle larghe intese. Le alternative allo status quo ci possono essere, ma vanno immaginate e raccontate. Ogni proposta politica ha l’onere di raccontare lo scenario che propone, nel modo più realistico e verace possibile e di mettere in campo i propri scenari all’interno di un ampio dibattito pubblico, nell’ambito del quale Schulz ambisce a discutere le seguenti domande: “vogliamo un’Europa sociale e solidale che cerchi l’unione delle forze? O vogliamo che la competizione e le politiche locali abbiano il sopravvento in Europa? Vogliamo difendere il nostro modello di società democratica anche nel XXI secolo o siamo disposti ad accettare il modello americano o cinese? Vogliamo dare il nostro contributo alla definizione di una politica interna globale, o preferiamo una politica estera popolata da falchi della militarizzazione?” (172).

Sebbene l’Europa abbia meritato il Nobel nel 2012 per aver costruito un civiltà della pace e del diritto dalle rovine della sua guerra civile, l’Unione Europea lo ha ricevuto, a detta di Schulz, nel momento in cui si trovava “in uno stato pietoso” (bejammernswerter Zustand), stato da cui non si è ancora sollevata.

Le critiche all’Europa e alle sue istituzioni sono secondo l’attuale presidente del suo parlamento nonché candidato dei socialisti e democratici alla presidenza della commissione molto spesso giustificate. Non vanno quindi assolutamente bollate di euroscetticismo: in questo modo si allontano i cittadini dalla possibilità di contribuire con i loro rimproveri al miglioramento del progetto europeo. Tutte queste critiche sono raggruppate da Schulz nel primo capitolo del suo libro, dove affronta la burocrazia di Bruxelles (25-27), il deficit democratico delle istituzioni europee (28-37), le critiche all’allargamento (37-43), le politiche neoliberiste di cui il progetto dell’Unione sembra un’estensione (43-47), i gravi errori delle istituzioni europee nella gestione della crisi (47-72), gli errori e l’ipocrisia nella gestione della “primavera araba” (72-78).

Mi concentro ora in modo particolare sugli argomenti di Schulz riguardo al deficit democratico e alle politiche che hanno portato all’acuirsi della crisi. Citando l’osservazione del regista Wim Wenders “dall’idea di Europa si è arrivati alla burocrazia, e ora la gente vede la burocrazia per l’idea” (28), Schulz sottolinea come sia importante concentrare l’operato della Commissione all’essenziale evitando che l’incrostazione dei regolamenti europei, nazionali e locali possa allontanare il cittadino dalla “tecnocrazia di Bruxelles”. Affinché questo possa accadere è necessario prendere sul serio l’accusa di chi sostiene che vi sia un “deficit democratico” nell’operato dell’Unione: “questa affermazione non è antieuropea, bensì una semplice constatazione” (28). Paradossalmente l’Unione Europea non rispetta i severi criteri di accesso che egli stessa pone ai suoi stati membri. Dall’inizio della crisi le già democraticamente deficitarie istituzioni comunitarie (parlamento e Commissione) hanno perso peso decisionale rispetto alle soluzioni intergovernative imposte dalla “verticizzazione” portata avanti dal direttorio franco-tedesco. Il Consiglio europeo è così degenerato in un eterno “congresso di Vienna” (29). “Auto-investitosi di autorità,” il Consiglio si è trasformato in un “esercizio post-democratico del potere” (29, cit. di Habermas, Questa Europa è in crisi, Laterza 2012, VIII).

La post-democrazia europea investe i parlamenti dei singoli stati membri esautorandoli della loro sovranità attraverso decreti legislativi imposti ai governanti in direttivi europei o dalla troika. L’esautorazione si trasforma poi nell’esasperazione di “parlamenti in apnea” (30), costretti a ingoiare provvedimenti senza avere il tempo di discuterli – con l’eccezione del Bundestag tedesco, che si può permettere di aspettare il giudizio del Gerichtshof di Karlsruhe. Secondo Schulz quindi all’accusa di “deficit democratico” bisogna rispondere con un deciso superamento della mostruosa post-democrazia attuale, costruendo una seria democrazia transnazionale, facendo leva sull’unico organo dell’unione democraticamente legittimato: il parlamento (30).

Strettamente legata all’accusa di mancanza di legittimità democratica è anche quella di nascondere sotto il vessillo dell’UE uno strumento di coercizione per mettere in atto un progetto neoliberista. In effetti, ammette Schulz, senza lesinare una critica al progetto della terza via di Blair e Schröder, a partire dagli anni ’90 nei corridoi della Commissione il patto politico cristianosociale e socialdemocratico che ha aveva dato vita negli stati membri allo stato sociale europeo è stato sostituito da politiche neoliberiste. Eppure, così come negli stati membri, anche a livello europeo gli elettori hanno la possibilità di scegliere quali politiche debbano essere attuate: “se salgono al potere maggioranze di diverso orientamento, allora un’altra Europa diventerà possibile: un’Europa in cui i diritti sociali e gli standard ambientali avranno la priorità sugli interessi del mercato.” (45)

Di fronte allo scandalo della “privatizzazione dei guadagni” e della “collettivizzazione delle perdite” (47) – che ha fatto sì che per le banche corresponsabili della crisi si sono trovati i soldi mentre per la disoccupazione delle generazioni che stanno pagando gli effetti di politiche sbagliate non si riescano tutt’ora a trovare (48) –, Schulz ammette che il parlamento europeo è impotente di fronte alle agenzie di rating che “degradano” proprio quegli stati (Irlanda e Spagna) che sono stati costretti a salvare le banche che le stesse agenzie hanno sbagliato a valutare o perfino quegli stati (Grecia) che istituti come Goldman Sachs hanno coperto nel truccare i conti di fronte all’EU (51). Davanti a questi immensi conflitti d’interesse l’EU dovrebbe dotarsi di strumenti di protezione.

Schulz sostiene che sono stati commessi “errori fatali” nella gestione della crisi (47): errori di diagnosi e quindi di politiche. Ostinandosi a interpretare la crisi come una “crisi del debito” si sono somministrate “politiche di austerità” che non corrispondono a null’altro se non a “terapie dell’astinenza”, responsabili di una ben più grave recessione: “per la Germania questa interpretazione della crisi è piuttosto tranquillizzante: dato che non abbiamo problemi a ottenere credito e anzi i nostri tassi d’interesse continuano a scendere, possiamo dirci di essere stati bravi, mentre i popoli pigri e superficiali ora devono scontare la giusta punizione per le loro colpe. Di conseguenza appare logico pretendere dagli altri che diventino ‘più tedeschi’. Coerentemente con questa lettura della crisi, quando la Germania fa un prestito a un altro Stato è una specie di dono, un atto caritatevole.” (48)

La Germania, sottolinea Schulz, è uscita dalla crisi perché nel 2008 ha fatto politiche di stimolo alla crescita e continua a guadagnare grazie allo “spread” circa 10 miliardi di euro all’anno. È importante riconoscere che la crisi non è stata causata da problemi di debito ma dallo “squilibrio tra le istituzioni europee” (56). Al “principio comunitario” si è sostituito il “principio intergovernativo”. Nell’ottobre 2010 Merkel e Sarkozy hanno preteso che la crisi venisse affrontata non nelle sedi degli organi comunitari (Parlamento, Commissione, Consiglio dei ministri europei), ma attraverso un maggiore coinvolgimento dei capi di governo, facendo dei vertici del Consiglio europeo il luogo della decisione (58). L’uscita dal metodo comunitario a favore di questa promessa di decisionismo si è rivelata per Schulz un inganno e un errore fatale che ha fatto esplodere la crisi economica e istituzionale europea, minando la legittimità democratica dell’Unione.

La “verticizzazione” della crisi ha portato a uno stallo perenne, un congresso di Vienna permanente in cui le misure approvate dai legittimi organi comunitari, dalla maggioranza del Parlamento e dalla Commissione, venivano rallentate, ostacolate o respinte. A esempio di tutto ciò Schulz porta l’estate del 2012 quando “un piccolo gruppetto di euroscettici [fece] cadere un progetto comunitario in sede di Consiglio europeo” (61). Il pacchetto di riforme elaborato da Parlamento e Commissione con il coinvolgimento di Merkel, Hollande, Monti, Tusk, Di Rupo, Faymann e Juncker prevedeva l’approvazione del bilancio europeo 2014-2020, l’approvazione di una tassa sulle transazioni finanziarie (Tobin tax) e un pacchetto di stimolo per la crescita. In Consiglio fu sufficiente il disinteresse della Gran Bretagna di Cameron, a cui si accodarono Svezia e Olanda per mandare tutto in fumo. Tre capi di governo contro ventiquattro capi di governo, la maggioranza del parlamento e il parere della commissione sono riusciti a bloccare misure che erano già pronte per essere attuate – e che avrebbero cambiato la storia della crisi.

È in questo contesto che vanno comprese le presunte ‘difese di Schulz alla Merkel’ a cui però egli imputa di aver messo da parte il principio comunitario a favore dei vertici del Consiglio europeo. La “linea Merkel” ha portato alla “verticizzazione”, ma le decisioni, o meglio le non-decisioni del Consiglio vanno ripartite su 27 (ora 28) teste, tra cui ne bastano 2 o 3 per far crollare tutto. Tale “verticizzazione” non è altro che un teatrino della rappresentazione del potere a favore dei media nazionali, in cui va in scena il “blame game,” il gioco della colpa, il nostrano scaricabarile (79). Le colpe vanno a “Bruxelles” mentre i meriti sono a carico dei singoli governanti.

È possibile così che, dopo uno dei tanti consigli europei, Merkel, Hollande e Monti riferiscano ai rispettivi giornalisti nazionali interpretazioni differenti delle (non-)decisioni prese; che la Merkel possa dire di essere “als Privatperson” (privatamente) a favore della tassa sulle transazioni finanziarie, ma di non poterla introdurre a causa del partner di coalizione nazionale (FDP) e del Consiglio europeo; che il ministro delle finanze bavarese Söder auspichi pubblicamente che le politiche draconiane applicate alla Grecia siano “da esempio” per gli altri stati meridionali; e che il vice-cancelliere Rösler dichiari che l’uscita della Grecia dall’euro non vada considerata più come un tabù. Non c’è da stupirsi, conclude Schulz, che questo gioco a perdere attiri l’attenzione degli speculatori sulle obbligazioni dei singoli stati membri (62) e che un problema circoscritto al 6% del PIL dell’area euro abbia innescato, per la stupidità del Consiglio europeo, una crisi di tutta l’Unione (64). I costi finora sostenuti sarebbero stati di gran lunga inferiori se si fossero fatte proprie le proposte comunitarie che prevedevano tra le altre cose gli eurobond e i fondi di ammortamento del debito (63), che sono stati rifiutati perché mancavano regole che assicurassero la stabilità dei bilanci e che comunque non sono stati permessi nemmeno dopo l’introduzione dei vincoli di bilanci nelle costituzioni degli stati membri. Si è “evitata la scissione dell’Eurozona, ma a quale prezzo?” (7)

Aumento della diseguaglianza in Europa, negli stati e tra gli stati membri (65), crescita esponenziale della disoccupazione giovanile che provoca forti emigrazioni dai paesi del Sud Europa verso il Nord Europa e verso il Sud America, sono solo alcuni esempi. Inoltre sono state introdotte misure che hanno colpito solo i poveri, i disoccupati, i pensionati, che hanno distrutto in Grecia e mettono in discussione in Spagna, Portogallo (e Italia) il sistema pubblico sanitario e scolastico. Schulz esprime la propria “rabbia e tristezza” (67) per quello che ha riscontrato di persona in Grecia, dove sono state somministrate le misure più severe mai attuate in nessuno stato, per di più in una situazione di gravissima recessione.

Di fronte a questa cruda rappresentazione delle gravi mancanze di democraticità e di capacità di risolvere la crisi, Schulz affronta nel secondo capitolo (79-102) i possibili scenari di un fallimento dell’Unione, cercando di descrivere veracemente, in primo luogo per i lettori tedeschi, quello che accadrebbe, a suo modo di vedere, se si rinunciasse al trattato di Schengen, se si ritornasse alle monete e alle diplomazie nazionali. Immaginando quattro diversi scenari tratteggia i rischi di una gravissima recessione per tutti gli stati membri, compresa la Germania, in caso di ritorno alle dogane, all’insicurezza dei confini nazionali di fronte a terrorismi e organizzazioni criminali internazionali, all’impotenza delle diplomazie nazionali, ai nazionalismi. Giunti al bivio quindi non si può né rimanere fermi in un pericolosissimo stadio di post-democratica inazione, né tornare indietro proponendo coscientemente processi di ri-nazionalizzazione. L’alternativa è quella di una rifondazione delle istituzioni europee. Schulz la delinea nel terzo capitolo (103-161) intitolandola “Nuovo inizio”.

Invece di prendersela con la presunta “Europa priva di alternative” è necessario rispondere alla domanda “che Europa vogliamo?” La risposta a questa domanda va costruita nell’ambito di un dibattito pubblico il più ampio possibile, in cui tutte le critiche e le proposte devono essere prese in considerazione (103).

Il contributo di Schulz a questa discussione si concentra principalmente su due aspetti che lui ritiene fondamentali e inscindibili: l’individuazione delle cause della crisi sociale ed economica per poter così procedere alla sua risoluzione e il rafforzamento della democrazia transnazionale europea. (105) È necessario evitare stati di eccezione permanenti, dare finalmente vita ad un “governo europeo,” che decida con voti di maggioranza ed esca dalla logica dei veti, controllato da un parlamento con più diritti e prerogative. Le strategie proposte sono quattro: 1) rafforzamento della democrazia europea; 2) politica estera comune; 3) difesa del modello sociale europeo; 4) lotta al capitalismo selvaggio e predatore (Raubtierkapitalismus).

Rafforzamento della democrazia europea

Per ottenere un rafforzamento della democrazia europea è necessaria una chiara delimitazione dei poteri legislativi ed esecutivi in seno all’Unione. Mentre il potere giudiziario è evidentemente prerogativa della Corte Europea, ad oggi non è chiaro chi sia titolare del potere esecutivo: Commissione, Consiglio dei ministri o Consiglio europeo? Schulz propone quindi di riunire in un’unica persona il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo, creando un vero e proprio capo di governo europeo. Quest’unione personale sarebbe già possibile nel 2014 senza modificare i trattati (106).

Il Consiglio europeo andrebbe unito al Consiglio dei ministri europei creando in questo modo una seconda camera parlamentare, riducendo il ruolo dei capi di governo nazionali a quello di membri di una specie di senato europeo e costituendo così un sistema bicamerale. Al parlamento europeo verrebbe finalmente concessa iniziativa legislativa.

Questa riforma ‘bicamerale’ non sarà certo facile – ammette Schulz – dato che richiede una revisione dei trattati europei. Egli suggerisce però che “l’ultima opportunità per l’Europa” sia data dalla scadenza del 2017: per quella data dovrebbe essere inserito nei trattati il fiscal compact e avere luogo il referendum britannico voluto da Cameron sulla permanenza nell’Unione. Schulz propone quindi di utilizzare la legislatura europea che si apre nel 2014 per indire una costituente e redigere un nuova costituzione europea, che i singoli stati decideranno o meno se sottoscrivere, decidendo se stare “dentro o fuori” (120).

A questo proposito è fondamentale fin da ora, prima ancora di cambiare i trattati, uscire dal luogo comune del Parlamento europeo come “macchina del consenso” (111). Il Parlamento ha avuto bisogno di larghe maggioranze per far sentire la propria voce in Commissione e in Consiglio. Questo non deve essere la norma, ma l’eccezione. Schulz al riguardo afferma: “Il consenso non è solo troppo noioso per le esigenze narrative dei media, ma è anche pericoloso: la democrazia europea potrà funzionare solo se in futuro alternative e conflitti emergeranno in modo sempre più chiaro.” (112)

È importante quindi uscire dal pericoloso mantra delle larghe intese e discutere delle alternative politiche in campo. È necessaria una parlamentarizzazione della politica europea con una forte spinta dell’opinione pubblica. Senza società civile non ci può essere democrazia (113). C’è infatti un’Europa latente da rafforzare, ampliando le risorse per il progetto Erasmus estendendolo alle scuole, introducendo un anno europeo di volontariato, come proposto da Beck, Schmidt, Habermas ed Eco (proposta fatta propria anche dal PD di Renzi). È necessario dar vita a sindacati europei e regolare il conflitto d’interessi dei media (vedi caso Berlusconi e Orban, 120).

Politica estera comune

L’Europa deve imparare a dotarsi di una politica estera comune. Per la sua molteplice identità deve diventare campione del multilateralismo globale, lottando per una riforma dell’ONU al fine di introdurre un seggio per l’Europa al posto dei due seggi francese e inglese e permettendo una migliore rappresentazione delle regioni del nuovo mondo nel consiglio di sicurezza (135). In quest’ottica andrebbero anche ripensate le sovvenzioni all’industria alimentare in favore delle agricolture dei paesi più poveri (146).

Schulz propone una politica estera “modulare”, dove le competenze specifiche di ogni stato possano essere messe in comune a favore di una diplomazia europea, dove quindi la propensione della penisola iberica per il Sud America, della Francia per l’Africa, dell’Italia per il Medio Oriente, della Germania per i paesi baltici e la Russia vengano messe a disposizione dell’interesse comunitario.

Difesa del modello sociale europeo

Il modello sociale europeo va salvaguardato. Ciò significa mantenere alta l’attenzione per assicurare lavori umanizzanti, assistenza sanitaria e istruzione. Tale modello va difeso dalla concorrenza dei paradigmi angloamericano e asiatico (139). La previdenza sociale e la cultura europea del lavoro vanno difese dal mercato. L’EU deve rimanere salda nella sua identità di comunità di valori (Wertengemeinschaft) dandosi la forma di una “federazione di stati orientata ai valori” (wertenorientierter Staatenverbund) (145) capace di proteggere i diritti civili e sociali, di tutelare l’ambiente, i consumatori, tutti i suoi cittadini e di promuovere politiche di accoglienza.

Schulz propone di dare vita a un serio dibattito per decidere in che modo si debba raggiungere uno stato sociale europeo comunitario oppure se lo stato sociale debba rimanere compito degli stati nazionali. Egli sembra propendere per un ordinamento di “standard minimi comuni”, quali un criterio di salario minimo proporzionale al costo della vita, l’armonizzazione del diritto del lavoro e societario (146). Solo in questo modo si ostacolerebbero a sua detta le politiche di delocalizzazione e di elusione mascherata delle multinazionali (solo così si possono evitare casi FIAT ed ELECTROLUX: bisogna spingere in questa direzione e non alla concorrenza dei diritti statali!) Standard minimi comuni andrebbero inseriti anche nelle politiche di investimento in cultura, scuola, ricerca e in progetti di green economy.

Lotta al capitalismo selvaggio e predatore (Raubtierkapitalismus)

Solo un’Unione Europea legittimata democraticamente e capace di agire su scala globale potrebbe esercitare la sovranità per definire un’economia sociale di mercato, così come nel passato hanno avuto il potere di far ciò, su scala regionale e continentale, i suoi stati membri. E’ necessario superare l’ideologia anti-statalista neoliberista, uscire dai paradigmi della deregulation.

Schulz propone quindi la separazione tra banche di risparmio, banche d’affari e d’investimento; la limitazione dell’high frequency trading, che già votata dal Parlamento europeo, non è mai stata introdotta (156); il rifiuto della logica dei patti bilaterali con i paradisi fiscali per combattere l’elusione a favore di regolamenti comunitari che rafforzano la contrattazione; infine l’introduzione di obbligazioni comuni per gli stati euro, di un organo di vigilanza bancaria, così come di un’agenzia di rating indipendente europea (157).

Riassumendo, la proposta di Schulz punta a riformare la democrazia su scala europea per difendere il modello sociale europeo che è messo in crisi nei singoli stati (159). Questa riforma va perseguita secondo il modello federalista per cui le decisioni vanno prese al livello che permette miglior efficacia per il bene comune di tutta l’Unione. “Liberare l’Europa dai suoi lacci” (166) significa creare strutture europee più efficienti e legittimate, dare alla politica il primato sulle multinazionali e i fondi di investimento, permettere alla società civile di concorrere con la critica e l’iniziativa a migliorare le istituzioni (168).

Il primo passo sarà permettere al Parlamento di eleggere un presidente della Commissione con responsabilità politica di fronte a una chiara maggioranza parlamentare (questo primo passo è reso ora possibile dalla risoluzione del luglio 2013 sulla cui base si svolgeranno le Europee 2014). L’obiettivo è quello di fare della prossima legislatura europea l’iniziatrice di un’assemblea costituente in cui il Parlamento e le istituzioni europee, i parlamenti nazionali e la società civile siano chiamati a discutere e preparare un nuovo trattato, una vera costituzione, una “legge fondamentale per l’Europa” (così il titolo della proposta del Gruppo Spinelli).

Questo nuovo trattato andrà discusso seriamente nei singoli stati e ogni stato dovrà scegliere se ratificarlo, decidendo se far parte della nuova Unione o no. “L’ultima opportunità per l’Europa” ha una data di scadenza, e questa è il 2017. Entro tale data, Schulz vuole mettere all’angolo i tentativi di Cameron di ridurre l’Unione a un’area di libero scambio e mettere la Gran Bretagna, così come tutti gli euroscettici del Consiglio europeo di fronte alla responsabilità di condurre i loro elettori fuori dall’Unione. Affinché questo gioco di forze possa aver luogo è però necessario imporre un serio dibattito sulla riforma delle istituzioni europee in chiave federale e solidale.

È questa quindi la “posta in gioco” che presenta Schulz (170). Ed è con questa posta in gioco che una lista civica di figure indipendenti all’interno della Sinistra Europea a sostegno della candidatura di Tsipras deve a mio parere misurarsi.

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