parlamentarizzazione dell’UE

Nel 2014, dopo questa lunga crisi economica, sociale e istituzionale, le elezioni potranno avere per la prima volta un valore transnazionale. Nonostante nessun quotidiano abbia una rubrica europea, così come siamo abituati alla rubrica locale, nazionale e esteri, si è cominciato a parlare di Europa nei dibattiti nazionali (l’unica ma timida eccezione é “il progetto Europa”  creato da La Stampa, El Pais, The Guardian, Gazeta, Süddeutsche Zeitung, Le Monde). Tuttavia, in questi dibattiti, si è usciti raramente dalla logica degli antagonismi nazionali, basti citare la tragicomica sovrapposizione degli europei di calcio e della crisi dell’euro nell’estate 2012, come se il Consiglio europeo fosse una continuazione del calcio con altri mezzi (si pensi ai “3 supermario” di fine giugno 2012, quando Balottelli, Draghi e Monti, si disse, “piegarono la Germania” e Monti mostrò un certo compiacimento a riguardo.

Se le elezioni europee avranno un valore transnazionale sarà soprattutto perché il parlamento europeo e, in modo particolare il suo presidente, Martin Schulz, negli ultimi anni hanno dato una lettura della crisi non come una crisi di alcuni debiti sovrani, ma come una crisi finanziaria che si è trasformata in Europa in crisi economica e sociale a causa di una latente crisi istituzionale e politica. Non una crisi del debito e dell’economia di alcuni stati, come sostiene la Merkel, ma una crisi dell’Unione Europea. Una crisi di legittimità democratica, di incapacità di decisione: una profonda crisi sociale.

Il parlamento europeo ha fatto propria la proposta di Schulz di stabilire un metodo per parlamentarizzare la scelta del presidente della nuova commissione europea, facendo leva sull’art. 17, par. 7 della versione consolidata del trattato sull’Unione Europea, affinché le famiglie politiche europee scelgano un loro candidato prima delle elezioni e con i volti scelti venga condotta la campagna elettorale. La parlamentarizzazione del risultato delle elezioni coinciderà in campagna elettorale con la personalizzazione delle famiglie politiche europee nei loro candidati (con tanto di dibattito TV tra i candidati il 14 maggio in eurovisione).

Il sopracitato art. 17.7 recita: “tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento europeo un candidato alla carica di presidente della Commissione. Tale candidato è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono. Se il candidato non ottiene la maggioranza, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone entro un mese un nuovo candidato, che è eletto dal Parlamento europeo secondo la stessa procedura.”

La Risoluzione del Parlamento europeo del 4 luglio 2013 prevede al punto 15 che “il candidato alla presidenza della Commissione presentato dal partito politico europeo che avrà conseguito il maggior numero di seggi al Parlamento sarà il primo ad essere preso in considerazione al fine di verificare la sua capacità di ottenere l’appoggio della maggioranza assoluta del Parlamento, necessaria per la sua elezione” (Risoluzione del Parlamento europeo del 4 luglio 2013 sul miglioramento delle modalità pratiche per lo svolgimento delle elezioni europee del 2014 (2013/2102(INI)).

In questo modo il parlamento europeo, unico organo dell’Unione eletto a suffragio universale, tenta di ridurre il potere di contrattazione dei rappresentanti delle sovranità nazionali all’interno del Consiglio europeo. Se questa risoluzione verrà rispettata, si compirà un primo importante passo verso la formalizzazione della natura del Consiglio europeo come una sorta di capo di “stato collettivo” (secondo la definizione del giurista e politologo francese Maurice Duverger, europarlamentare in lista per il PCI nelle europee del 1989). Questo capo di stato collettivo stabilirebbe la priorità politica e l’indirizzo generale, mentre spetterebbe al capo del governo (in questo caso della Commissione) attuare, su mandato parlamentare, le politiche concrete rispondendo non ai capi di governo ma al parlamento.

Questa risoluzione, che viene considerata una vera vittoria del parlamento europeo e del suo presidente (come nota Der Standard), ridurrà di molto le possibilità di contrattazione del Consiglio, rinforzando la legittimità democratica della commissione. Il membro più forte del Consiglio europeo (consiglio che nei corridoi dei ministeri tedeschi viene soprannominato “Merkel-Rat”, “consiglio-Merkel”) ha più volte espresso il proprio scetticismo nei confronti di questa risoluzione, negando il rapporto diretto tra elezioni europee e scelta del presidente della Commissione. In effetti l’istituzione della figura del candidato unico per i gruppi politici europei non è stabilita né dal trattato di Lisbona, né dagli statuti dei partiti europei. La risoluzione del parlamento tenta pertanto di stabilire un precedente per rafforzare il parlamentarismo europeo. Non a caso la Merkel dichiara che il presidente della commissione sia un mero coordinatore dei capi dei governi nazionali e non sia al diretto servizio del bene comune dell’intera unione, come vorrebbe il parlamento. L’argomento della Merkel non è molto cogente, dato che sovrappone in questo modo le figure del presidente della Commissione (oggi Barroso) con il presidente del Consiglio europeo (oggi Van Rompuy).

Sulla base di questa risoluzione parlamentare le famiglie politiche europee si stanno organizzando in modo più organico rispetto al passato in vista delle elezioni europee. La lista per Tsipras si propone in Italia come una lista civica indipendente nell’ambito della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) a sostegno di Alexis Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione. I socialisti hanno proposto la candidatura di Martin Schulz che verrà ufficialmente proclamato candidato al congresso del PSE che si terrà a Roma dal 28 febbraio, in cui il PD diventerà ufficialmente parte integrante della famiglia europea social-democratica (che forse cambierà il proprio nome in PSDE). I verdi europei hanno scelto con un sistema di primarie online (22.000 partecipanti) il francese José Bové e la tedesca Ska Keller. Nell’ALDE, il gruppo dei liberali, si è svolto un braccio di ferro tra il favorito Guy Verhofstadt, federalista convinto, e l’attuale commissario per gli affari economici e monetari Olli Rehn, difensore della linea dell’austerità. Due posizioni molto distanti. Alla fine Rehn ha deciso a sorpresa di ritirare la sua candidatura, lasciando il campo libero a Verhofstadt. Il partito popolare europeo (PPE) è invece ancora in alto mare. Jean-Claude Juncker, dato a lungo per favorito, è inviso alla Merkel per via del suo credo federalista e per le dure critiche che le ha rivolto sia a causa del suo atteggiamento nel Consiglio europeo che per aver inculcato nella mentalità tedesca il tabù degli eurobond. Similmente il commissario per il mercato interno e i servizi finanziari Michel Barnier non piace né alla Merkel né al partito francese di cui fa parte (l’UMP di Sarkozy) perché sostiene l’istituzione di un’Unione Bancaria con un fondo comune creato da tutte le banche europee (così che qualsiasi banca, indipendentemente dalla nazionalità, verrebbe protetta dal fondo messo in comune da tutte le altre). Juncker e Barnier sono figure di spicco dei popolari che propongono soluzioni comunitarie e non collettive (secondo il motto ognuno per sé, ma nella direzione imposta dal Consiglio intergovernativo europeo). Wolfgang Schäuble, il ministro delle finanze tedesco, ha proposto la candidatura di Christine Lagarde, la presidente del Fondo Monetario Internazionale quindi già membro della troika. Questa proposta piace alla Merkel, che però sembra aver paura che la stessa non sia gradita ai partner popolari dei PIIGS. Potrebbero spuntarla quindi il polacco Donald Tusk, il finlandese Jyrki Katainen o l’irlandese Enda Kenny, che figurerebbe come lo scolaro modello che ha eseguito gli ordini della troika portando efficacemente a compimento le politiche di austerità. A favore di Kenny sembrerebbe essere anche Cameron che potrebbe portare in dote l’intero gruppo dei Conservativi e Riformisti europei, sperando così di poter contrattare con l’Europa migliori condizioni, usando come clava a questo scopo il referendum del 2017 per far decidere ai britannici definitivamente sulla loro permanenza nell’EU. I conservatori inglesi hanno la maggioranza assoluta in questo gruppo e si pongono come obiettivo l’appiattimento dell’Unione a una mera area di libero scambio.

Alla luce di ciò va tenuto presente che la risoluzione del parlamento europeo prevede che “il candidato alla presidenza della Commissione presentato dal partito politico europeo che avrà conseguito il maggior numero di seggi al Parlamento sarà il primo ad essere preso in considerazione al fine di verificare la sua capacità di ottenere l’appoggio della maggioranza assoluta del Parlamento, necessaria per la sua elezione”. Nonostante la Merkel tenti di minimizzare gli effetti della sopracitata risoluzione, lo stesso partito popolare europeo sembra temerla dato che, a dispetto delle ripetute minacce di espulsione (a cui non ha fatto seguito nessun cambiamento di politiche), né Fidesz, il partito di Orbán, né Forza Italia sono stati cacciati dal gruppo.

Secondo i pochi sondaggi artigianali di cui si dispone ad oggi (qui, qui e qui con una grafica, qui un ultimo ancora) si prevede un vero testa a testa sul filo del 30% tra i popolari e i socialisti, con uno scarto che potrebbe essere inferiore ai 5 parlamentari. Si capisce quindi che i 20 possibili parlamentari di Forza Italia e i 10 di Fidesz possano fare gola ai popolari e pesare più delle minacce di espulsione, dato che saranno sicuramente decisivi a stabilire chi sarà il primo gruppo parlamentare.

Si noti infine che la risoluzione non propone che il secondo candidato preso in considerazione debba essere espressione della seconda forza politica del parlamento, come è invece prassi in molte democrazie parlamentari. Merkel ha promesso battaglia in Consiglio europeo, dove sarà necessaria una maggioranza qualificata per scegliere il candidato da proporre al voto del parlamento.[1]

L’ideatrice dell’appello per Tsipras, Barbara Spinelli, si pone l’obiettivo di usare una lista italiana per “mettere in minoranza la linea di Merkel. Una volta è stata messa in minoranza la linea Thatcher, quando è stato fatto l’euro.” Come è possibile che una lista civica di questo tipo, che in Italia spera di raggiungere il 10% ma che rischia di dover combattere con la soglia di sbarramento del 4%, possa ambire a impensierire “Berlino”?

In queste elezioni si giocheranno due partite a livello europeo: una partita tra socialisti e popolari per essere il primo partito così da assicurarsi il diritto di prelazione concesso dal regolamento parlamentare e per riuscire a costruire una maggioranza sul proprio candidato, nonché una seconda partita in Consiglio europeo per aggregare una maggioranza qualificata capace di rispondere alle geometrie parlamentari. Dall’intelligenza delle forze parlamentari dipenderà la capacità di vincere il braccio di ferro con le (molto probabili) resistenze del Consiglio europeo al rispetto della risoluzione parlamentare del 4.07.2013.

Al netto dei partiti senza posizionamento e del gruppo unico protezionista e xenofobo del Front National di Le Pen, della Lega Nord, dell’olandese Partij voor de Vrijheid di Geert Wilders, della Fpö austriaca orfana di Haider, del Vlaams Belang belga e del Sverigedemokraterna svedese, la sfida parlamentare sarà animata da due ulteriori competizioni: tra socialisti (Schulz) e popolari (Kenny-Lagarde-Merkel), ma anche direttamente tra Sinistra Europea (Tsipras) e Conservatori e Riformisti Europei (Cameron). Mentre i Verdi dovrebbero posizionarsi quasi sicuramente con Schulz, saranno i rapporti di forza diretti tra queste due coppie (PSE-PPE e SE-CR) a determinare una possibile maggioranza. I liberali, in cui convivono l’anima federalista di Verhofstadt e quella rigorista di Rehn, potrebbero, a seconda degli equilibri interni tra federalisti e neoliberali, fungere da ago della bilancia.

In che modo questa doppia sfida può inclinarsi a favore dell’obiettivo Spinelli di mettere all’angolo la linea Merkel? Affinché l’azzardo non sia un gioco a perdere è importante non fare l’errore grossolano di sostenere che una presidenza Schulz sia equivalente ad una presidenza Kenny-Lagarde per il solo fatto che Schulz fa parte di un partito, l’SPD che è in coalizione con la Merkel. Questa situazione potrebbe essere invece giocata a favore di una politica di maggiore integrazione europea facendo leva sul parlamento europeo per favorire una soluzione federale e sociale della crisi istituzionale ed economica dell’Unione. Bisogna mettere in minoranza la linea Merkel senza mettere in minoranza la Germania. Ecco come – forse – si potrebbe sfruttare al situazione, evitando una sfida fratricida tra le due sinistre e giocando l’azzardo di fare della divisione tra PSE e SE un possibile – seppur rischioso – vantaggio strategico.

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