alzare la posta in gioco

qui di seguito trovate il testo integrale del mio articolo Alzare la posta in gioco  (11 febbraio 2014), potete scaricarlo in pdf cliccando QUI

risposte alle domande più frequenti che si pongono i lettori di questo blog le trovate forse tra le FAQs

Tsipras contro Schulz? Alzare la posta in gioco.

Affinché l’azzardo non sia un gioco a perdere è importante non fare l’errore grossolano di sostenere che una presidenza Schulz sia equivalente ad una possibile presidenza Lagarde per il solo fatto che Schulz fa parte di un partito, l’SPD, che è in coalizione con la Merkel. Bisogna mettere in minoranza la linea Merkel senza mettere in minoranza la Germania. Ecco come – forse – si potrebbe sfruttare la situazione evitando che anche in Europa vinca la logica dei 101, offrendo una sponda sinistra esigente all’ambizioso progetto federalista di difesa del modello sociale europeo che Schulz propone nel suo “Il gigante incatenato. Ultima opportunità per l’Europa” (Fazi Editore 2014).

L’Europa è a un bivio

I firmatari a favore di una lista per Tsipras descrivono così il bivio in cui si trova l’Europa: tenersi fermi sulle posizioni di austerità, dove ognuno paga per sé e collettivamente si guarisce, ognuno secondo i propri debiti e le proprie colpe, oppure rompere questo giogo e ritornare alle sovranità monetarie nazionali. Di fronte a questo bivio l’appello propone un’alternativa “rivoluzionaria”, la scoperta di un “tertium datur” (Revelli): non stiamo vivendo una crisi di alcuni debiti sovrani nazionali all’interno dell’area euro, ma una crisi politica e sociale europea che può essere risolta solo con politiche europee.

Attraverso una lista di figure indipendenti nelle file della Sinistra Europea si ambisce alla creazione, mediante l’attività del parlamento europeo di: 1) un governo democratico sovranazionale, 2) strumenti per dotare l’EU di mezzi finanziari per un piano di investimento in una politica sociale comune, secondo il motto “no representation without taxation”, 3) contribuire in questa legislatura alla stesura di una nuova costituzione europea, 4) rinegoziare il debito greco secondo lo schema dell’accordo londinese sul debito estero tedesco del 1953, mediante il quale Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia si accordarono per cancellare in parte il debito della repubblica federale tedesca.

I firmatari dell’appello si oppongono alle norme del pareggio di bilancio in costituzione, all’adeguamento delle regole democratiche ai mercati (secondo il motto di Merkel: “eine Marktkonforme Demokratie”, una “democrazia conforme ai mercati”), alla tragedia delle morti nel mediterraneo; chiedono un più forte contrasto europeo alle mafie, ai riciclaggi, alla corruzione e all’evasione, maggiori investimenti in cultura, istruzione, ricerca e ambiente, una politica estera comune.

Il mezzo per raggiungere questi obiettivi è l’opposizione al principio delle larghe intese favorito in Italia da Napolitano, che è ormai, come nota Le Monde, all’ordine del giorno negli stati europei. Molti auspicano che anche nel parlamento europeo che si formerà nel 2014, per combattere gli “europopulisti di destra e sinistra” si segua un presunto schema Napolitano.

I firmatari dell’appello, a parte Barbara Spinelli, sembrano però interessati a questioni nazionali, di testimonianza di solidarietà con la Grecia e di giustizia ideale, più che a concrete proposte di politiche europee. La proposta per un’altra Europa ricorda lo slogan un altro mondo è possibile che, al cambio del millennio, univa nella campagna per la cancellazione del debito in occasione del Giubileo del 2000 movimenti sociali, non-governativi ed ecclesiali di ogni parte del mondo.

Poi venne Genova 2001 (si ricordi che Tsipras faceva parte del Social Forum). In Italia rifondazione comunista ammiccava alla costruzione di una Sinistra Europea. Un progetto di Europa non violenta e solidale, attraverso una maggiore integrazione politica, volto a creare un “soft power” globale, da raggiungersi mettendo in concorrenza le due eterne anime della sinistra (quella riformista e quella radicale) – un metodo che Vendola, dopo il fallimento dell’Unione per Prodi sembrava aver sconfessato.

Sembra anni luce fa. Il mondo possibile si scontrò con il mondo reale che era in mano ai Bush e ai Berlusconi, venne la Diaz, l’11 settembre, l’Afghanistan, l’Iraq. La crisi.

Parlare oggi di un’altra Europa rispetto all’Europa della troika sembra un’utopia; appoggiare Tsipras “perché è il nemico pubblico numero uno” (Scanzi), una lotta contro i mulini a vento. Si tratta di un’utopia, di un non-luogo impossibile da raggiungere, oppure di un eutopia, un buon luogo che, anche se oggi negato, potrebbe essere effettivamente possibile in Europa?

La proposta di una lista per Tsipras ha l’alto valore simbolico di un attestato di solidarietà con la Grecia (emarginata nel discorso pubblico europeo e italiano “noi non siamo la Grecia”, “non faremo la fine della Grecia”), il ricordo della koinè culturale che ci lega, la pretesa morale di dare priorità ai diritti umani, ambientali e sociali rispetto alle cosiddette leggi del mercato. È una solidarietà che sembra però ridursi, nei titoli dei giornali, alla rivincita del Davide greco di fronte al Golia tedesco e che rischia di rafforzare risentimenti antigermanici.

A mio parere questa proposta deve essere rilanciata all’interno di un orizzonte politico paneuropeo: una “rifondazione dell’Europa” può essere veramente a portata di mano nella prossima legislatura europea se si definiscono chiaramente le strategie politiche per renderla possibile. Per perseguire questi obiettivi non basta fare opposizione alla logica delle larghe intese rischiando di cementarla come fa in Italia il M5S; bisogna riuscire a scardinare il framing di questo discorso offrendo un’alternativa percorribile. La logica delle larghe intese è stata seguita nel passato da Letta e da una parte consistente del PD, così come da parte della tedesca SPD di Gabriel (va notato che Letta è stato l’unico invitato internazionale al congresso che ha ratificato la Große Koalition il 14.11.2013. Questa logica prevede che non ci siano alternative alla coalizione di popolari, socialisti e liberali di fronte al montare degli euroscettici di destra e sinistra. Ma è proprio così?

La parlamentarizzazione dell’orizzonte politico europeo – un breve ABC delle (nuove) regole e dei giocatori delle europee 2014

Per prima cosa suggerisco di evitare ogni ragionamento su scala nazionale. Non ci si deve porre sullo stesso piano di Grillo e del suo voler “vincere le elezioni europee” (cosa vorrebbe dire poi, ambire forse al 50,1% dei seggi a Strasburgo?), ma nemmeno su quello di Berlusconi e della sua prevedibile campagna elettorale contro l’Europa della Merkel (che porterà acqua al mulino dei Popolari dominati dalla cancelliera) e tantomeno sul piano del nuovo PD di Renzi che si trova a combattere in questa lotta a tre per il primato nazionale (sondaggio IPR Repubblica). L’obiettivo non è risuscitare il progetto di una nuova aggregazione a sinistra, un nuovo soggetto politico senza arcobaleni e rivoluzioni civili. Una lista civica transnazionale per Tsipras ha senso solo se sarà in grado di spostare il discorso della campagna elettorale sui temi della politica e delle politiche europee, obbligando gli altri giocatori a confrontarsi su questi contenuti.

Per poterlo fare è però necessario un piccolo ABC delle elezioni europee 2014 che non mi sembra sia offerto dai mezzi di comunicazione nazionale. Solo conoscendo le regole e i giocatori si può comprendere l’orizzonte politico europeo della posta in gioco.

Nel 2014, dopo questa lunga crisi economica, sociale e istituzionale, le elezioni potranno avere per la prima volta un valore transnazionale. Nonostante nessun quotidiano abbia una rubrica europea, così come siamo abituati alla rubrica locale, nazionale e esteri, si è cominciato a parlare di Europa nei dibattiti nazionali (l’unica ma timida eccezione é “il progetto Europa” http://www.lastampa.it/esteri/europa creato da La Stampa, El Pais, The Guardian, Gazeta, Süddeutsche Zeitung, Le Monde). Tuttavia, in questi dibattiti, si è usciti raramente dalla logica degli antagonismi nazionali, basti citare la tragicomica sovrapposizione degli europei di calcio e della crisi dell’euro nell’estate 2012, come se il Consiglio europeo fosse una continuazione del calcio con altri mezzi (si pensi ai “3 supermario” di fine giugno 2012, quando Balottelli, Draghi e Monti, si disse, “piegarono la Germania” e Monti mostrò un certo compiacimento a riguardo.

Se le elezioni europee avranno un valore transnazionale sarà soprattutto perché il parlamento europeo e, in modo particolare il suo presidente, Martin Schulz, negli ultimi anni hanno dato una lettura della crisi non come una crisi di alcuni debiti sovrani, ma come una crisi finanziaria che si è trasformata in Europa in crisi economica e sociale a causa di una latente crisi istituzionale e politica. Non una crisi del debito e dell’economia di alcuni stati, come sostiene la Merkel, ma una crisi dell’Unione Europea. Una crisi di legittimità democratica, di incapacità di decisione: una profonda crisi sociale.

Il parlamento europeo ha fatto propria la proposta di Schulz di stabilire un metodo per parlamentarizzare la scelta del presidente della nuova commissione europea, facendo leva sull’art. 17, par. 7 della versione consolidata del trattato sull’Unione Europea, affinché le famiglie politiche europee scelgano un loro candidato prima delle elezioni e con i volti scelti venga condotta la campagna elettorale. La parlamentarizzazione del risultato delle elezioni coinciderà in campagna elettorale con la personalizzazione delle famiglie politiche europee nei loro candidati (con tanto di dibattito TV tra i candidati il 14 maggio in eurovisione).

Il sopracitato art. 17.7 recita: “tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento europeo un candidato alla carica di presidente della Commissione. Tale candidato è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono. Se il candidato non ottiene la maggioranza, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone entro un mese un nuovo candidato, che è eletto dal Parlamento europeo secondo la stessa procedura.”

La Risoluzione del Parlamento europeo del 4 luglio 2013 prevede al punto 15 che “il candidato alla presidenza della Commissione presentato dal partito politico europeo che avrà conseguito il maggior numero di seggi al Parlamento sarà il primo ad essere preso in considerazione al fine di verificare la sua capacità di ottenere l’appoggio della maggioranza assoluta del Parlamento, necessaria per la sua elezione” (Risoluzione del Parlamento europeo del 4 luglio 2013 sul miglioramento delle modalità pratiche per lo svolgimento delle elezioni europee del 2014 (2013/2102(INI)).

In questo modo il parlamento europeo, unico organo dell’Unione eletto a suffragio universale, tenta di ridurre il potere di contrattazione dei rappresentanti delle sovranità nazionali all’interno del Consiglio europeo. Se questa risoluzione verrà rispettata, si compirà un primo importante passo verso la formalizzazione della natura del Consiglio europeo come una sorta di capo di “stato collettivo” (secondo la definizione del giurista e politologo francese Maurice Duverger, europarlamentare in lista per il PCI nelle europee del 1989). Questo capo di stato collettivo stabilirebbe la priorità politica e l’indirizzo generale, mentre spetterebbe al capo del governo (in questo caso della Commissione) attuare, su mandato parlamentare, le politiche concrete rispondendo non ai capi di governo ma al parlamento.

Questa risoluzione, che viene considerata una vera vittoria del parlamento europeo e del suo presidente (come nota Der Standard), ridurrà di molto le possibilità di contrattazione del Consiglio, rinforzando la legittimità democratica della commissione. Il membro più forte del Consiglio europeo (consiglio che nei corridoi dei ministeri tedeschi viene soprannominato “Merkel-Rat”, “consiglio-Merkel”) ha più volte espresso il proprio scetticismo nei confronti di questa risoluzione, negando il rapporto diretto tra elezioni europee e scelta del presidente della Commissione. In effetti l’istituzione della figura del candidato unico per i gruppi politici europei non è stabilita né dal trattato di Lisbona, né dagli statuti dei partiti europei. La risoluzione del parlamento tenta pertanto di stabilire un precedente per rafforzare il parlamentarismo europeo. Non a caso la Merkel dichiara che il presidente della commissione sia un mero coordinatore dei capi dei governi nazionali e non sia al diretto servizio del bene comune dell’intera unione, come vorrebbe il parlamento. L’argomento della Merkel non è molto cogente, dato che sovrappone in questo modo le figure del presidente della Commissione (oggi Barroso) con il presidente del Consiglio europeo (oggi Van Rompuy).

Sulla base di questa risoluzione parlamentare le famiglie politiche europee si stanno organizzando in modo più organico rispetto al passato in vista delle elezioni europee. La lista per Tsipras si propone in Italia come una lista civica indipendente nell’ambito della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) a sostegno di Alexis Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione. I socialisti hanno proposto la candidatura di Martin Schulz che verrà ufficialmente proclamato candidato al congresso del PSE che si terrà a Roma dal 28 febbraio, in cui il PD diventerà ufficialmente parte integrante della famiglia europea social-democratica (che forse cambierà il proprio nome in PSDE). I verdi europei hanno scelto con un sistema di primarie online (22.000 partecipanti) il francese José Bové e la tedesca Ska Keller. Nell’ALDE, il gruppo dei liberali, si è svolto un braccio di ferro tra il favorito Guy Verhofstadt, federalista convinto, e l’attuale commissario per gli affari economici e monetari Olli Rehn, difensore della linea dell’austerità. Due posizioni molto distanti. Alla fine Rehn ha deciso a sorpresa di ritirare la sua candidatura, lasciando il campo libero a Verhofstadt. Il partito popolare europeo (PPE) è invece ancora in alto mare. Jean-Claude Juncker, dato a lungo per favorito, è inviso alla Merkel per via del suo credo federalista e per le dure critiche che le ha rivolto sia a causa del suo atteggiamento nel Consiglio europeo che per aver inculcato nella mentalità tedesca il tabù degli eurobond. Similmente il commissario per il mercato interno e i servizi finanziari Michel Barnier non piace né alla Merkel né al partito francese di cui fa parte (l’UMP di Sarkozy) perché sostiene l’istituzione di un’Unione Bancaria con un fondo comune creato da tutte le banche europee (così che qualsiasi banca, indipendentemente dalla nazionalità, verrebbe protetta dal fondo messo in comune da tutte le altre). Juncker e Barnier sono figure di spicco dei popolari che propongono soluzioni comunitarie e non collettive (secondo il motto ognuno per sé, ma nella direzione imposta dal Consiglio intergovernativo europeo). Wolfgang Schäuble, il ministro delle finanze tedesco, ha proposto la candidatura di Christine Lagarde, la presidente del Fondo Monetario Internazionale quindi già membro della troika. Questa proposta piace alla Merkel, che però sembra aver paura che la stessa non sia gradita ai partner popolari dei PIIGS. Potrebbero spuntarla quindi il polacco Donald Tusk, il finlandese Jyrki Katainen o l’irlandese Enda Kenny, che figurerebbe come lo scolaro modello che ha eseguito gli ordini della troika portando efficacemente a compimento le politiche di austerità. A favore di Kenny sembrerebbe essere anche Cameron che potrebbe portare in dote l’intero gruppo dei Conservativi e Riformisti europei, sperando così di poter contrattare con l’Europa migliori condizioni, usando come clava a questo scopo il referendum del 2017 per far decidere ai britannici definitivamente sulla loro permanenza nell’EU. I conservatori inglesi hanno la maggioranza assoluta in questo gruppo e si pongono come obiettivo l’appiattimento dell’Unione a una mera area di libero scambio.

Alla luce di ciò va tenuto presente che la risoluzione del parlamento europeo prevede che “il candidato alla presidenza della Commissione presentato dal partito politico europeo che avrà conseguito il maggior numero di seggi al Parlamento sarà il primo ad essere preso in considerazione al fine di verificare la sua capacità di ottenere l’appoggio della maggioranza assoluta del Parlamento, necessaria per la sua elezione”. Nonostante la Merkel tenti di minimizzare gli effetti della sopracitata risoluzione, lo stesso partito popolare europeo sembra temerla dato che, a dispetto delle ripetute minacce di espulsione (a cui non ha fatto seguito nessun cambiamento di politiche), né Fidesz, il partito di Orbán, né Forza Italia sono stati cacciati dal gruppo.

Secondo i pochi sondaggi artigianali di cui si dispone ad oggi (qui: <http://sondaggiproiezioni.blogspot.de/2013/11/verso-le-europee-2014-simulazione-della.html>, qui: <http://foederalist.blogspot.de/2014/01/grune-enttauschungen-liberale.html>e qui con una grafica: <http://foederalist.blogspot.de/2013/12/umfragen-zur-europawahl-2014-eine.html>) si prevede un vero testa a testa sul filo del 30% tra i popolari e i socialisti, con uno scarto che potrebbe essere inferiore ai 5 parlamentari. Si capisce quindi che i 20 possibili parlamentari di Forza Italia e i 10 di Fidesz possano fare gola ai popolari e pesare più delle minacce di espulsione, dato che saranno sicuramente decisivi a stabilire chi sarà il primo gruppo parlamentare.

Si noti infine che la risoluzione non propone che il secondo candidato preso in considerazione debba essere espressione della seconda forza politica del parlamento, come è invece prassi in molte democrazie parlamentari. Merkel ha promesso battaglia in Consiglio europeo, dove sarà necessaria una maggioranza qualificata per scegliere il candidato da proporre al voto del parlamento.[1]

L’ideatrice dell’appello per Tsipras, Barbara Spinelli, si pone l’obiettivo di usare una lista italiana per “mettere in minoranza la linea di Merkel. Una volta è stata messa in minoranza la linea Thatcher, quando è stato fatto l’euro.” Come è possibile che una lista civica di questo tipo, che in Italia spera di raggiungere il 10% ma che rischia di dover combattere con la soglia di sbarramento del 4%, possa ambire a impensierire “Berlino”?

In queste elezioni si giocheranno due partite a livello europeo: una partita tra socialisti e popolari per essere il primo partito così da assicurarsi il diritto di prelazione concesso dal regolamento parlamentare e per riuscire a costruire una maggioranza sul proprio candidato, nonché una seconda partita in Consiglio europeo per aggregare una maggioranza qualificata capace di rispondere alle geometrie parlamentari. Dall’intelligenza delle forze parlamentari dipenderà la capacità di vincere il braccio di ferro con le (molto probabili) resistenze del Consiglio europeo al rispetto della risoluzione parlamentare del 4.07.2013.

Al netto dei partiti senza posizionamento e del gruppo unico protezionista e xenofobo del Front National di Le Pen, della Lega Nord, dell’olandese Partij voor de Vrijheid di Geert Wilders, della Fpö austriaca orfana di Haider, del Vlaams Belang belga e del Sverigedemokraterna svedese, la sfida parlamentare sarà animata da due ulteriori competizioni: tra socialisti (Schulz) e popolari (Kenny-Lagarde-Merkel), ma anche direttamente tra Sinistra Europea (Tsipras) e Conservatori e Riformisti Europei (Cameron). Mentre i Verdi dovrebbero posizionarsi quasi sicuramente con Schulz, saranno i rapporti di forza diretti tra queste due coppie (PSE-PPE e SE-CR) a determinare una possibile maggioranza. I liberali, in cui convivono l’anima federalista di Verhofstadt e quella rigorista di Rehn, potrebbero, a seconda degli equilibri interni tra federalisti e neoliberali, fungere da ago della bilancia.

In che modo questa doppia sfida può inclinarsi a favore dell’obiettivo Spinelli di mettere all’angolo la linea Merkel? Affinché l’azzardo non sia un gioco a perdere è importante non fare l’errore grossolano di sostenere che una presidenza Schulz sia equivalente ad una presidenza Kenny-Lagarde per il solo fatto che Schulz fa parte di un partito, l’SPD che è in coalizione con la Merkel. Questa situazione potrebbe essere invece giocata a favore di una politica di maggiore integrazione europea facendo leva sul parlamento europeo per favorire una soluzione federale e sociale della crisi istituzionale ed economica dell’Unione. Bisogna mettere in minoranza la linea Merkel senza mettere in minoranza la Germania. Ecco come – forse – si potrebbe sfruttare al situazione, evitando una sfida fratricida tra le due sinistre e giocando l’azzardo di fare della divisione tra PSE e SE un possibile – seppur rischioso – vantaggio strategico.

La logica delle larghe intese

Le larghe intese si fondano, in Italia e in Europa, sulla logica della necessità e della presunta mancanza di alternative alle politiche di austerità. Il mantra “non ci sono alternative” è proposto come soluzione all’attesa crescita esponenziale degli euroscettici, di sinistra e di destra. La contrapposizione dei cosiddetti “europeisti” e degli “euroscettici” è funzionale alla “logica dei 101”, dei franchi tiratori nostrani e di chi nelle file della sinistra socialista e democratica non crede nella possibilità di una alternativa radicale allo status quo. È una contrapposizione che cementa le larghe intese e le opposizioni dure e pure che sperano, grazie alla differenza bianco/nero, luce/buio, cittadini/casta, di raggiungere il 51%. Si formano così due blocchi, si costruisce il bivio di cui parla l’appello per Tsipras, si rende impensabile qualsiasi altra via. Guai quindi, per una lista che vuole proporre una via “altra”, a giocare la parte dell’opposizione muro contro muro, che rinforza, in Italia e in Europa, la logica delle larghe intese.

Serve un’opposizione intelligente che alzi la posta in gioco. Che sveli il doppiogioco della retorica delle larghe intese: la candidatura di Tsipras da parte della Sinistra Europea può permettere di fare una breccia in questa logica. Come nota giustamente Il Manifesto la posizione di Tsipras, se resa di dominio pubblico, potrebbe svuotare la retorica della grande coalizione “contro gli euroscettici di destra e sinistra”, per il semplice fatto che – sebbene a fatica – Tsipras ha portato la Sinistra Europea da posizioni di rifiuto dell’austerità e dell’euro a una richiesta di rinegoziazione dei patti economici, di ristrutturazione e cancellazione dei debiti nonché di riforma delle istituzione europee in chiave democratica e federale.

Esiste una differenza profonda tra le posizioni del fronte euroscettico e xenofobo Le Pen-Salvini-Wilders&C. e la richiesta di una rifondazione dell’Unione Europea in chiave federale per far fronte all’emergenza sociale, tra il ritorno protezionista alle sovranità nazionali (auspicato anche da Alternative für Deutschland) e la costruzione di una sovranità comune per arginare l’esautorazione dei parlamenti nazionali di fronte alle logiche della crisi.

Come giustamente ammette l’articolo de Il Manifesto la posizione di Schulz, il candidato dei socialisti e democratici europei, non va appiattita su quella di Gabriel o di Letta. Schulz non crede che i populisti di destra e sinistra siano egualmente euroscettici come sostiene Gabriel, né annuncia le sue visioni sul futuro dell’Europa vagheggiando l’ipotesi di essere “dittatore per 30 minuti” per abbattere la burocrazia europea degli acronimi (“ESF, ESM, Two-Pack, Six-Pack”) e rilanciare il “sogno europeo” (questo ha detto Letta tra gli applausi dei leader europei a Monaco di Baviera).

Allo stesso modo non bisogna cercare tra le righe del patto della Große Koalition tedesca la posizione di Schulz riguardo alla crisi europea. L´SPD ha certamente evitato la crisi durante la campagna elettorale del 2013. Schulz è rimasto solo nella calda estate del 2012, mentre i nazionalismi calcistici ed economici si infiammavano e si incrociavano negli stadi e nei consigli europei a Bruxelles, a difendere la linea del parlamento e della commissione sulla necessità degli eurobond, i titoli obbligazionari comuni. Si vanta tuttora di essere stato definito “l’ultimo degli euro-bondiani” e difende ancora questa linea, nonostante sia stato lasciato solo dall’SPD. In Germania, durante la campagna elettorale nazionale del 2013, è stato definito “traditore degli interessi tedeschi” perché, dopo che la linea degli eurobond è stata messa in discussione dal Bundesgerichtshof di Karlsruhe (la corte costituzionale tedesca), ha comunque cercato di imporre la linea del fondo comune di ristrutturazione del debito come soluzione provvisoria in attesa di riformare democraticamente le istituzioni europee, superando così il veto della corte di Karlsruhe. Un tale fondo comune, proposto da una commissione di esperti del governo tedesco tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 (qui il testo originale, qui una versione in inglese,  e qui in una spiegazione de Il Sole 24 ore), prevede che tutti gli stati europei che non soggetti al controllo della troika (ovvero tutti tranne Irlanda, Grecia, Portogallo) mettano in un unico fondo i debiti sovrani superiori al 60% del PIL. Questi debiti devono essere ricomprati con un interesse calmierato negli anni a venire. Sebbene questa sia una proposta molto meno audace degli eurobond, che prevedono titoli comuni fino al 60% del PIL e titoli nazionali per l’eccedenza, non è stata accettata dal governo Merkel perché avrebbe previsto comunque una messa in comune del debito che avrebbe comportato una drastica riduzione degli interessi per l’Italia (che viaggiava a fine 2011 sul 7%) ma un leggero aumento per la Germania, il cui tasso di interesse si trovava sotto al livello d’inflazione.

L’SPD e i Verdi inserirono la realizzazione di un fondo comune di risanamento dei debiti nel loro programma elettorale per le elezione tedesche del 2013, senza farne mai tema della loro campagna elettorale. Al punto 6 del patto di coalizione tra l’SPD e la CDU/CSU si legge quindi: “qualsiasi forma di messa in comune dei debiti statali metterebbe in pericolo le necessarie direttive politiche nazionali nei singoli stati membri. Responsabilità di bilancio nazionale [nationale Budgetverantwortung] e garanzia comune e sovranazionale [supranationale, gemeinsame Haftung] sono inconciliabili” (corsivo mio). I socialdemocratici si sono quindi piegati al principio che “ogni stato rimane garante del proprio debito pubblico”, nonostante la moneta comune, l’intreccio delle grandi banche e le decisioni collettive degli organi intergovernativi. Di fronte alla sproporzionata popolarità della Merkel l’SPD ha dovuto capitolare.

Il patto di Parigi del marzo 2012 che D’Alema aveva tessuto dalla presidenza della fondazione dei socialisti europei con l’obiettivo di cambiare gli equilibri dell’Unione nelle campagne elettorali di Hollande (Francia), Bersani (Italia), Gabriel (Germania) e Schulz (Europa), si è fermato all’Eliseo spiaggiandosi in due grandi coalizioni a guida di Letta e della Merkel. Merkozy ha perso la coda, ma non la testa.

In un articolo dal significativo titolo “Meglio il tedesco o meglio il greco alla presidenza UE?” Gad Lerner ha accostato il nazionalismo dell’SPD che nell’agosto del 1914 ruppe l’internazionale socialista e votò a favore dei crediti di guerra, con il baratto compiuto cento anni dopo dalla stessa SPD che ha contrattato il reddito minimo garantito per i lavoratori tedeschi in cambio della cancellazione del piano per un fondo europeo per la condivisione del debito. Sebbene Lerner “non v[oglia] sostenere che l’accordo stipulato con la cancelliera democristiana sia paragonabile ai crediti di guerra del 1914” il paragone – terribile – è stato fatto. Dopo la Merkel nazista, l’SPD guglielmina riapre le ferite e i risentimenti di quella guerra civile europea dalle cui ceneri è nato il Manifesto di Ventotene e il progetto dell’Unione Europea che ha vinto il Nobel per la pace nel 2012. Riferendosi alla ricostruzione europea del dopoguerra Tsipras fa leva sul precedente del Patto di Londra del 1953 e, come concesso allora alla Germania, chiede oggi per la Grecia la ricontrattazione del debito nazionale.

Lerner, dopo aver sottolineato lo scambio asimmetrico dei diritti per i lavoratori tedeschi in cambio dell’ossigeno per gli stati indebitati afferma: “Ciò spiega a mio parere il fascino suggestivo assunto dalla candidatura alla presidenza della Commissione europea di Alexis Tsipras, leader della sinistra di Syriza che si oppone al Memorandum della Troika e al governo di larghe intese chiamato ad applicarlo in Grecia. Tsipras non ha alcuna chance di successo. Ma suscita tanta voglia di parteggiare generosamente per il greco contro il tedesco: ovvero contro la candidatura ben più solida di Martin Schulz, l’attuale presidente del parlamento europeo, esponente di quella Spd che si sembra appiattirsi nei luoghi comuni dell’ostilità tedesca ai popoli spendaccioni e fannulloni.”

Lerner spera che il PD italiano sia capace di cucire questa grave cesura tra Atene e Berlino, tra Tispras e Schulz, criticando apertamente l’SPD per farla uscire dal “socialpatriottismo” creando l’orizzonte di un solido centrosinistra europeista. Spetta quindi all’Italia riconciliare il greco con il tedesco?

Quando Schulz difende la Merkel non lo fa perché condivide le sue politiche, come sostiene Il Manifesto, ma piuttosto perché, da tedesco, ritiene pericoloso sovrapporre la responsabilità tedesca della prima metà del ‘900 con la figura della cancelliera cresciuta nella DDR e con le sue posizioni nel Consiglio europeo. Trarre da questa difesa di principio un appiattimento della linea di Schulz sulle posizioni della Merkel e farne motivo di sfida elettorale tra Die Linke e SPD – e quindi tra Tsipras (appoggiato in Germania da Die Linke) e Schulz – è, a ben guardare, oltremodo sbagliato. Nei contenuti e nella strategia elettorale.

“Il gigante incatenato”: il bivio raccontato nel libro di Schulz

Martin Schulz è un politico tedesco che ha difeso, contro il discorso dominante nei media tedeschi, la necessità degli eurobond prima e del fondo comune per la ristrutturazione del debito poi. Mentre l’SPD eclissava i temi europei dalla sua campagna elettorale nazionale 2013, Schulz pubblicava nel marzo dello stesso anno un libro “Der gefesselte Riese. Europas letzte Chance” (Rowohlt Verlag) in cui esprimeva le sue posizioni circa il futuro dell’Unione Europea sulla base della sua esperienza di parlamentare europeo e di presidente del parlamento. Questo libro è stato finalmente tradotto in italiano e pubblicato con il titolo “Il gigante incatenato. Ultima opportunità per l’Europa?” per i tipi di Fazi Editore – le citazioni che seguono si riferiscono ai numeri di pagina della versione ebook. Si noti che con la traduzione il sottotitolo ha guadagnato un, significativo, punto di domanda.

Prima di affrontare gli argomenti proposti da Schulz nel suo libro è il caso di tener presente l’accoglienza che il pubblico tedesco gli ha riservato in piena campagna elettorale: si passa dalla già citata accusa di tradimento degli interessi tedeschi da parte della rivista FOCUS, alla recensione della conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung, che bolla i sogni federalisti di Schulz come altrettanto irrealistici e insignificanti al pari di quelli del verde Cohn-Bendit e del liberale Guy Verhofstadt. Le proposte di Schulz sarebbero impensabili, irrealizzabili, insensate (“Unsinn”). Perlomeno, sostiene cinicamente la recensione, coprono un buco del mercato editoriale tedesco, dove nessuno si era mai azzardato a scrivere qualcosa del genere. Un po’ meglio va con la recensione della più liberale Süddeutsche Zeitung. Schulz viene descritto come un “partigiano di Bruxelles”, capace di criticare la burocrazia e il mal funzionamento degli incontri tra i capi di governo. Le sue proposte di riforma si basano però sull’ipotesi che l’Europa sia un gigante dalle grandi opportunità e che i popoli europei, a differenza dei loro governanti, abbiano ancora interesse per questo opaco progetto.

In patria Schulz ha quindi trovato un’accoglienza particolarmente fredda, se non ostile. Ciò nonostante egli gode tuttora di grande popolarità, di una stima che va ben al di là delle simpatie per il suo partito; stima per una persona integra, che difende le sue idee anche controcorrente. Il suo libro nasce proprio per questo. Come egli stesso confessa nella prefazione all’edizione italiana, il bisogno di scrivere questo libro nacque dall’ “insofferenza […] verso il trattamento dei temi europei da parte dei media tradizionali e di certi esponenti politici, non soltanto nel campo avverso al mio” (6). Nel libro Schulz denuncia la deriva legalistica dell’Unione, che non può essere solo un’unione di regole, ma deve essere anche unione politica ed economica. Una deriva legalistica che non ha risolto, ma al contrario ha aggravato la crisi economica, incatenando l’Europa (così si spiega il titolo) all’inazione di un “intergovernamentalismo a somma zero”, a una politica di austerità “a senso unico”, senza piani di investimenti per superare la crisi sociale.

Mi propongo ora di presentare brevemente gli argomenti principali de “Il gigante incatenato”.

Come i firmatari dell’appello per Tsipras, anche Schulz sostiene che l’Europa si trova di fronte a un “importante bivio politico” (162). Bisogna decidere se: rimanere fermi e mantenere lo status quo (166); “osare la democrazia” (6) per una maggiore integrazione politica, trasformando così l’Unione in un sistema politico federale, sopranazionale e democratico capace di difendere lo stato sociale europeo in ognuno dei suoi stati membri; oppure se tornare indietro, scegliendo di ri-nazionalizzare tutte le politiche degli stati o di ridurre l’Unione a un’area di libero mercato.

Il bivio raccontato da Schulz è più un crocevia che un aut aut, ma su una cosa non c’è scampo: l’ultima opportunità per l’Europa saranno le elezioni del 2014. Bisogna rompere definitivamente il mantra di chi dice che “non ci sono alternative”. Secondo Schulz chi sostiene che non ci sono alternative accetta di rinunciare alla libertà e alla democrazia (72), accetta che sia il mercato a dettare le regole alle democrazie e non le democrazie a scegliere che regole dare ai mercati (30), accetta la Marktkonforme Demokratie (democrazia conforme al mercato) della Merkel e non si pone l’obiettivo di rendere i mercati conformi alla democrazia. Accetta la pericolosa logica della necessità delle larghe intese. Le alternative allo status quo ci possono essere, ma vanno immaginate e raccontate. Ogni proposta politica ha l’onere di raccontare lo scenario che propone, nel modo più realistico e verace possibile e di mettere in campo i propri scenari all’interno di un ampio dibattito pubblico, nell’ambito del quale Schulz ambisce a discutere le seguenti domande: “vogliamo un’Europa sociale e solidale che cerchi l’unione delle forze? O vogliamo che la competizione e le politiche locali abbiano il sopravvento in Europa? Vogliamo difendere il nostro modello di società democratica anche nel XXI secolo o siamo disposti ad accettare il modello americano o cinese? Vogliamo dare il nostro contributo alla definizione di una politica interna globale, o preferiamo una politica estera popolata da falchi della militarizzazione?” (172).

Sebbene l’Europa abbia meritato il Nobel nel 2012 per aver costruito un civiltà della pace e del diritto dalle rovine della sua guerra civile, l’Unione Europea lo ha ricevuto, a detta di Schulz, nel momento in cui si trovava “in uno stato pietoso” (bejammernswerter Zustand), stato da cui non si è ancora sollevata.

Le critiche all’Europa e alle sue istituzioni sono secondo l’attuale presidente del suo parlamento nonché candidato dei socialisti e democratici alla presidenza della commissione molto spesso giustificate. Non vanno quindi assolutamente bollate di euroscetticismo: in questo modo si allontano i cittadini dalla possibilità di contribuire con i loro rimproveri al miglioramento del progetto europeo. Tutte queste critiche sono raggruppate da Schulz nel primo capitolo del suo libro, dove affronta la burocrazia di Bruxelles (25-27), il deficit democratico delle istituzioni europee (28-37), le critiche all’allargamento (37-43), le politiche neoliberiste di cui il progetto dell’Unione sembra un’estensione (43-47), i gravi errori delle istituzioni europee nella gestione della crisi (47-72), gli errori e l’ipocrisia nella gestione della “primavera araba” (72-78).

Mi concentro ora in modo particolare sugli argomenti di Schulz riguardo al deficit democratico e alle politiche che hanno portato all’acuirsi della crisi. Citando l’osservazione del regista Wim Wenders “dall’idea di Europa si è arrivati alla burocrazia, e ora la gente vede la burocrazia per l’idea” (28), Schulz sottolinea come sia importante concentrare l’operato della Commissione all’essenziale evitando che l’incrostazione dei regolamenti europei, nazionali e locali possa allontanare il cittadino dalla “tecnocrazia di Bruxelles”. Affinché questo possa accadere è necessario prendere sul serio l’accusa di chi sostiene che vi sia un “deficit democratico” nell’operato dell’Unione: “questa affermazione non è antieuropea, bensì una semplice constatazione” (28). Paradossalmente l’Unione Europea non rispetta i severi criteri di accesso che egli stessa pone ai suoi stati membri. Dall’inizio della crisi le già democraticamente deficitarie istituzioni comunitarie (parlamento e Commissione) hanno perso peso decisionale rispetto alle soluzioni intergovernative imposte dalla “verticizzazione” portata avanti dal direttorio franco-tedesco. Il Consiglio europeo è così degenerato in un eterno “congresso di Vienna” (29). “Auto-investitosi di autorità,” il Consiglio si è trasformato in un “esercizio post-democratico del potere” (29, cit. di Habermas, Questa Europa è in crisi, Laterza 2012, VIII).

La post-democrazia europea investe i parlamenti dei singoli stati membri esautorandoli della loro sovranità attraverso decreti legislativi imposti ai governanti in direttivi europei o dalla troika. L’esautorazione si trasforma poi nell’esasperazione di “parlamenti in apnea” (30), costretti a ingoiare provvedimenti senza avere il tempo di discuterli – con l’eccezione del Bundestag tedesco, che si può permettere di aspettare il giudizio del Gerichtshof di Karlsruhe. Secondo Schulz quindi all’accusa di “deficit democratico” bisogna rispondere con un deciso superamento della mostruosa post-democrazia attuale, costruendo una seria democrazia transnazionale, facendo leva sull’unico organo dell’unione democraticamente legittimato: il parlamento (30).

Strettamente legata all’accusa di mancanza di legittimità democratica è anche quella di nascondere sotto il vessillo dell’UE uno strumento di coercizione per mettere in atto un progetto neoliberista. In effetti, ammette Schulz, senza lesinare una critica al progetto della terza via di Blair e Schröder, a partire dagli anni ’90 nei corridoi della Commissione il patto politico cristianosociale e socialdemocratico che ha aveva dato vita negli stati membri allo stato sociale europeo è stato sostituito da politiche neoliberiste. Eppure, così come negli stati membri, anche a livello europeo gli elettori hanno la possibilità di scegliere quali politiche debbano essere attuate: “se salgono al potere maggioranze di diverso orientamento, allora un’altra Europa diventerà possibile: un’Europa in cui i diritti sociali e gli standard ambientali avranno la priorità sugli interessi del mercato.” (45)

Di fronte allo scandalo della “privatizzazione dei guadagni” e della “collettivizzazione delle perdite” (47) – che ha fatto sì che per le banche corresponsabili della crisi si sono trovati i soldi mentre per la disoccupazione delle generazioni che stanno pagando gli effetti di politiche sbagliate non si riescano tutt’ora a trovare (48) –, Schulz ammette che il parlamento europeo è impotente di fronte alle agenzie di rating che “degradano” proprio quegli stati (Irlanda e Spagna) che sono stati costretti a salvare le banche che le stesse agenzie hanno sbagliato a valutare o perfino quegli stati (Grecia) che istituti come Goldman Sachs hanno coperto nel truccare i conti di fronte all’EU (51). Davanti a questi immensi conflitti d’interesse l’EU dovrebbe dotarsi di strumenti di protezione.

Schulz sostiene che sono stati commessi “errori fatali” nella gestione della crisi (47): errori di diagnosi e quindi di politiche. Ostinandosi a interpretare la crisi come una “crisi del debito” si sono somministrate “politiche di austerità” che non corrispondono a null’altro se non a “terapie dell’astinenza”, responsabili di una ben più grave recessione: “per la Germania questa interpretazione della crisi è piuttosto tranquillizzante: dato che non abbiamo problemi a ottenere credito e anzi i nostri tassi d’interesse continuano a scendere, possiamo dirci di essere stati bravi, mentre i popoli pigri e superficiali ora devono scontare la giusta punizione per le loro colpe. Di conseguenza appare logico pretendere dagli altri che diventino ‘più tedeschi’. Coerentemente con questa lettura della crisi, quando la Germania fa un prestito a un altro Stato è una specie di dono, un atto caritatevole.” (48)

La Germania, sottolinea Schulz, è uscita dalla crisi perché nel 2008 ha fatto politiche di stimolo alla crescita e continua a guadagnare grazie allo “spread” circa 10 miliardi di euro all’anno. È importante riconoscere che la crisi non è stata causata da problemi di debito ma dallo “squilibrio tra le istituzioni europee” (56). Al “principio comunitario” si è sostituito il “principio intergovernativo”. Nell’ottobre 2010 Merkel e Sarkozy hanno preteso che la crisi venisse affrontata non nelle sedi degli organi comunitari (Parlamento, Commissione, Consiglio dei ministri europei), ma attraverso un maggiore coinvolgimento dei capi di governo, facendo dei vertici del Consiglio europeo il luogo della decisione (58). L’uscita dal metodo comunitario a favore di questa promessa di decisionismo si è rivelata per Schulz un inganno e un errore fatale che ha fatto esplodere la crisi economica e istituzionale europea, minando la legittimità democratica dell’Unione.

La “verticizzazione” della crisi ha portato a uno stallo perenne, un congresso di Vienna permanente in cui le misure approvate dai legittimi organi comunitari, dalla maggioranza del Parlamento e dalla Commissione, venivano rallentate, ostacolate o respinte. A esempio di tutto ciò Schulz porta l’estate del 2012 quando “un piccolo gruppetto di euroscettici [fece] cadere un progetto comunitario in sede di Consiglio europeo” (61). Il pacchetto di riforme elaborato da Parlamento e Commissione con il coinvolgimento di Merkel, Hollande, Monti, Tusk, Di Rupo, Faymann e Juncker prevedeva l’approvazione del bilancio europeo 2014-2020, l’approvazione di una tassa sulle transazioni finanziarie (Tobin tax) e un pacchetto di stimolo per la crescita. In Consiglio fu sufficiente il disinteresse della Gran Bretagna di Cameron, a cui si accodarono Svezia e Olanda per mandare tutto in fumo. Tre capi di governo contro ventiquattro capi di governo, la maggioranza del parlamento e il parere della commissione sono riusciti a bloccare misure che erano già pronte per essere attuate – e che avrebbero cambiato la storia della crisi.

È in questo contesto che vanno comprese le presunte ‘difese di Schulz alla Merkel’ a cui però egli imputa di aver messo da parte il principio comunitario a favore dei vertici del Consiglio europeo. La “linea Merkel” ha portato alla “verticizzazione”, ma le decisioni, o meglio le non-decisioni del Consiglio vanno ripartite su 27 (ora 28) teste, tra cui ne bastano 2 o 3 per far crollare tutto. Tale “verticizzazione” non è altro che un teatrino della rappresentazione del potere a favore dei media nazionali, in cui va in scena il “blame game,” il gioco della colpa, il nostrano scaricabarile (79). Le colpe vanno a “Bruxelles” mentre i meriti sono a carico dei singoli governanti.

È possibile così che, dopo uno dei tanti consigli europei, Merkel, Hollande e Monti riferiscano ai rispettivi giornalisti nazionali interpretazioni differenti delle (non-)decisioni prese; che la Merkel possa dire di essere “als Privatperson” (privatamente) a favore della tassa sulle transazioni finanziarie, ma di non poterla introdurre a causa del partner di coalizione nazionale (FDP) e del Consiglio europeo; che il ministro delle finanze bavarese Söder auspichi pubblicamente che le politiche draconiane applicate alla Grecia siano “da esempio” per gli altri stati meridionali; e che il vice-cancelliere Rösler dichiari che l’uscita della Grecia dall’euro non vada considerata più come un tabù. Non c’è da stupirsi, conclude Schulz, che questo gioco a perdere attiri l’attenzione degli speculatori sulle obbligazioni dei singoli stati membri (62) e che un problema circoscritto al 6% del PIL dell’area euro abbia innescato, per la stupidità del Consiglio europeo, una crisi di tutta l’Unione (64). I costi finora sostenuti sarebbero stati di gran lunga inferiori se si fossero fatte proprie le proposte comunitarie che prevedevano tra le altre cose gli eurobond e i fondi di ammortamento del debito (63), che sono stati rifiutati perché mancavano regole che assicurassero la stabilità dei bilanci e che comunque non sono stati permessi nemmeno dopo l’introduzione dei vincoli di bilanci nelle costituzioni degli stati membri. Si è “evitata la scissione dell’Eurozona, ma a quale prezzo?” (7)

Aumento della diseguaglianza in Europa, negli stati e tra gli stati membri (65), crescita esponenziale della disoccupazione giovanile che provoca forti emigrazioni dai paesi del Sud Europa verso il Nord Europa e verso il Sud America, sono solo alcuni esempi. Inoltre sono state introdotte misure che hanno colpito solo i poveri, i disoccupati, i pensionati, che hanno distrutto in Grecia e mettono in discussione in Spagna, Portogallo (e Italia) il sistema pubblico sanitario e scolastico. Schulz esprime la propria “rabbia e tristezza” (67) per quello che ha riscontrato di persona in Grecia, dove sono state somministrate le misure più severe mai attuate in nessuno stato, per di più in una situazione di gravissima recessione.

Di fronte a questa cruda rappresentazione delle gravi mancanze di democraticità e di capacità di risolvere la crisi, Schulz affronta nel secondo capitolo (79-102) i possibili scenari di un fallimento dell’Unione, cercando di descrivere veracemente, in primo luogo per i lettori tedeschi, quello che accadrebbe, a suo modo di vedere, se si rinunciasse al trattato di Schengen, se si ritornasse alle monete e alle diplomazie nazionali. Immaginando quattro diversi scenari tratteggia i rischi di una gravissima recessione per tutti gli stati membri, compresa la Germania, in caso di ritorno alle dogane, all’insicurezza dei confini nazionali di fronte a terrorismi e organizzazioni criminali internazionali, all’impotenza delle diplomazie nazionali, ai nazionalismi. Giunti al bivio quindi non si può né rimanere fermi in un pericolosissimo stadio di post-democratica inazione, né tornare indietro proponendo coscientemente processi di ri-nazionalizzazione. L’alternativa è quella di una rifondazione delle istituzioni europee. Schulz la delinea nel terzo capitolo (103-161) intitolandola “Nuovo inizio”.

Invece di prendersela con la presunta “Europa priva di alternative” è necessario rispondere alla domanda “che Europa vogliamo?” La risposta a questa domanda va costruita nell’ambito di un dibattito pubblico il più ampio possibile, in cui tutte le critiche e le proposte devono essere prese in considerazione (103).

Il contributo di Schulz a questa discussione si concentra principalmente su due aspetti che lui ritiene fondamentali e inscindibili: l’individuazione delle cause della crisi sociale ed economica per poter così procedere alla sua risoluzione e il rafforzamento della democrazia transnazionale europea. (105) È necessario evitare stati di eccezione permanenti, dare finalmente vita ad un “governo europeo,” che decida con voti di maggioranza ed esca dalla logica dei veti, controllato da un parlamento con più diritti e prerogative. Le strategie proposte sono quattro: 1) rafforzamento della democrazia europea; 2) politica estera comune; 3) difesa del modello sociale europeo; 4) lotta al capitalismo selvaggio e predatore (Raubtierkapitalismus).

Rafforzamento della democrazia europea

Per ottenere un rafforzamento della democrazia europea è necessaria una chiara delimitazione dei poteri legislativi ed esecutivi in seno all’Unione. Mentre il potere giudiziario è evidentemente prerogativa della Corte Europea, ad oggi non è chiaro chi sia titolare del potere esecutivo: Commissione, Consiglio dei ministri o Consiglio europeo? Schulz propone quindi di riunire in un’unica persona il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo, creando un vero e proprio capo di governo europeo. Quest’unione personale sarebbe già possibile nel 2014 senza modificare i trattati (106).

Il Consiglio europeo andrebbe unito al Consiglio dei ministri europei creando in questo modo una seconda camera parlamentare, riducendo il ruolo dei capi di governo nazionali a quello di membri di una specie di senato europeo e costituendo così un sistema bicamerale. Al parlamento europeo verrebbe finalmente concessa iniziativa legislativa.

Questa riforma ‘bicamerale’ non sarà certo facile – ammette Schulz – dato che richiede una revisione dei trattati europei. Egli suggerisce però che “l’ultima opportunità per l’Europa” sia data dalla scadenza del 2017: per quella data dovrebbe essere inserito nei trattati il fiscal compact e avere luogo il referendum britannico voluto da Cameron sulla permanenza nell’Unione. Schulz propone quindi di utilizzare la legislatura europea che si apre nel 2014 per indire una costituente e redigere un nuova costituzione europea, che i singoli stati decideranno o meno se sottoscrivere, decidendo se stare “dentro o fuori” (120).

A questo proposito è fondamentale fin da ora, prima ancora di cambiare i trattati, uscire dal luogo comune del Parlamento europeo come “macchina del consenso” (111). Il Parlamento ha avuto bisogno di larghe maggioranze per far sentire la propria voce in Commissione e in Consiglio. Questo non deve essere la norma, ma l’eccezione. Schulz al riguardo afferma: “Il consenso non è solo troppo noioso per le esigenze narrative dei media, ma è anche pericoloso: la democrazia europea potrà funzionare solo se in futuro alternative e conflitti emergeranno in modo sempre più chiaro.” (112)

È importante quindi uscire dal pericoloso mantra delle larghe intese e discutere delle alternative politiche in campo. È necessaria una parlamentarizzazione della politica europea con una forte spinta dell’opinione pubblica. Senza società civile non ci può essere democrazia (113). C’è infatti un’Europa latente da rafforzare, ampliando le risorse per il progetto Erasmus estendendolo alle scuole, introducendo un anno europeo di volontariato, come proposto da Beck, Schmidt, Habermas ed Eco (proposta fatta propria anche dal PD di Renzi). È necessario dar vita a sindacati europei e regolare il conflitto d’interessi dei media (vedi caso Berlusconi e Orban, 120).

Politica estera comune

L’Europa deve imparare a dotarsi di una politica estera comune. Per la sua molteplice identità deve diventare campione del multilateralismo globale, lottando per una riforma dell’ONU al fine di introdurre un seggio per l’Europa al posto dei due seggi francese e inglese e permettendo una migliore rappresentazione delle regioni del nuovo mondo nel consiglio di sicurezza (135). In quest’ottica andrebbero anche ripensate le sovvenzioni all’industria alimentare in favore delle agricolture dei paesi più poveri (146).

Schulz propone una politica estera “modulare”, dove le competenze specifiche di ogni stato possano essere messe in comune a favore di una diplomazia europea, dove quindi la propensione della penisola iberica per il Sud America, della Francia per l’Africa, dell’Italia per il Medio Oriente, della Germania per i paesi baltici e la Russia vengano messe a disposizione dell’interesse comunitario.

Difesa del modello sociale europeo

Il modello sociale europeo va salvaguardato. Ciò significa mantenere alta l’attenzione per assicurare lavori umanizzanti, assistenza sanitaria e istruzione. Tale modello va difeso dalla concorrenza dei paradigmi angloamericano e asiatico (139). La previdenza sociale e la cultura europea del lavoro vanno difese dal mercato. L’EU deve rimanere salda nella sua identità di comunità di valori (Wertengemeinschaft) dandosi la forma di una “federazione di stati orientata ai valori” (wertenorientierter Staatenverbund) (145) capace di proteggere i diritti civili e sociali, di tutelare l’ambiente, i consumatori, tutti i suoi cittadini e di promuovere politiche di accoglienza.

Schulz propone di dare vita a un serio dibattito per decidere in che modo si debba raggiungere uno stato sociale europeo comunitario oppure se lo stato sociale debba rimanere compito degli stati nazionali. Egli sembra propendere per un ordinamento di “standard minimi comuni”, quali un criterio di salario minimo proporzionale al costo della vita, l’armonizzazione del diritto del lavoro e societario (146). Solo in questo modo si ostacolerebbero a sua detta le politiche di delocalizzazione e di elusione mascherata delle multinazionali (solo così si possono evitare casi FIAT ed ELECTROLUX: bisogna spingere in questa direzione e non alla concorrenza dei diritti statali!) Standard minimi comuni andrebbero inseriti anche nelle politiche di investimento in cultura, scuola, ricerca e in progetti di green economy.

Lotta al capitalismo selvaggio e predatore (Raubtierkapitalismus)

Solo un’Unione Europea legittimata democraticamente e capace di agire su scala globale potrebbe esercitare la sovranità per definire un’economia sociale di mercato, così come nel passato hanno avuto il potere di far ciò, su scala regionale e continentale, i suoi stati membri. E’ necessario superare l’ideologia anti-statalista neoliberista, uscire dai paradigmi della deregulation.

Schulz propone quindi la separazione tra banche di risparmio, banche d’affari e d’investimento; la limitazione dell’high frequency trading, che già votata dal Parlamento europeo, non è mai stata introdotta (156); il rifiuto della logica dei patti bilaterali con i paradisi fiscali per combattere l’elusione a favore di regolamenti comunitari che rafforzano la contrattazione; infine l’introduzione di obbligazioni comuni per gli stati euro, di un organo di vigilanza bancaria, così come di un’agenzia di rating indipendente europea (157).

Riassumendo, la proposta di Schulz punta a riformare la democrazia su scala europea per difendere il modello sociale europeo che è messo in crisi nei singoli stati (159). Questa riforma va perseguita secondo il modello federalista per cui le decisioni vanno prese al livello che permette miglior efficacia per il bene comune di tutta l’Unione. “Liberare l’Europa dai suoi lacci” (166) significa creare strutture europee più efficienti e legittimate, dare alla politica il primato sulle multinazionali e i fondi di investimento, permettere alla società civile di concorrere con la critica e l’iniziativa a migliorare le istituzioni (168).

Il primo passo sarà permettere al Parlamento di eleggere un presidente della Commissione con responsabilità politica di fronte a una chiara maggioranza parlamentare (questo primo passo è reso ora possibile dalla risoluzione del luglio 2013 sulla cui base si svolgeranno le Europee 2014). L’obiettivo è quello di fare della prossima legislatura europea l’iniziatrice di un’assemblea costituente in cui il Parlamento e le istituzioni europee, i parlamenti nazionali e la società civile siano chiamati a discutere e preparare un nuovo trattato, una vera costituzione, una “legge fondamentale per l’Europa” (così il titolo della proposta del Gruppo Spinelli).

Questo nuovo trattato andrà discusso seriamente nei singoli stati e ogni stato dovrà scegliere se ratificarlo, decidendo se far parte della nuova Unione o no. “L’ultima opportunità per l’Europa” ha una data di scadenza, e questa è il 2017. Entro tale data, Schulz vuole mettere all’angolo i tentativi di Cameron di ridurre l’Unione a un’area di libero scambio e mettere la Gran Bretagna, così come tutti gli euroscettici del Consiglio europeo di fronte alla responsabilità di condurre i loro elettori fuori dall’Unione. Affinché questo gioco di forze possa aver luogo è però necessario imporre un serio dibattito sulla riforma delle istituzioni europee in chiave federale e solidale.

È questa quindi la “posta in gioco” che presenta Schulz (170). Ed è con questa posta in gioco che una lista civica di figure indipendenti all’interno della Sinistra Europea a sostegno della candidatura di Tsipras deve a mio parere misurarsi.

Una sponda europeista a sinistra per sconfiggere la logica delle larghe intese

Le proposte che fa Schulz ne “Il gigante incatenato” e l’appello lanciato da Barbara Spinelli e confluito nel progetto della Lista per Tsipras hanno molti punti in comune. Il bivio descritto da Schulz e l’alternativa proposta da Spinelli così come la lettura delle cause della crisi e la critica della ricetta dell’austerità vanno nella medesima direzione, seppur con accenti di differente radicalità.

Sia Schulz che Tspiras si chiedono a quale prezzo si sia evitata la scissione dell’Eurozona. Tsipras, a cui Schulz “sta simpatico” gli imputa tuttavia di rincorrere la logica delle larghe intese e il moderatismo della sinistra riformista europea.

Affinché sia le riforme proposte da Schulz, sia la giustizia sociale rivendicata da Tsipras possano sperare di trovare attuazione è necessario abbandonare ogni sterile e retorica contrapposizione tra le due sinistre. Non ha senso costringere Schulz nella logica delle larghe intese, viceversa bisogna permettergli di liberarsene, offrendo una sponda parlamentare sinistra per il suo progetto istituzionale che a maggio potrebbe realisticamente ottenere una maggioranza in parlamento. Nonostante tutto, i pochi sondaggi cumulativi su scala europea non delineano una crescita degli euroscettici, ma piuttosto un calo dei popolari a vantaggio dei populisti di destra e un calo di liberali e verdi a favore dei socialisti e della sinistra. Non è impensabile che le elezioni portino una maggioranza di centrosinistra nel Parlamento europeo.

Se si rispetterà la risoluzione parlamentare, il primo candidato alla presidenza della Commissione potrebbe effettivamente essere Schulz. Inoltre non è impossibile che nel Consiglio europeo si venga a formare una maggioranza qualificata a suo favore. Il fatto che la Merkel si trovi in una coalizione con l’SPD potrebbe paradossalmente permettere agli altri capi di governo di mettere la sua linea in minoranza nel Consiglio europeo se l’SPD minacciasse di togliere la fiducia in nome di Schulz. Dopo la sua rielezione la cancelliera Merkel si trova in Germania in una posizione inedita. Il suo progetto di depoliticizzazione sembra essere messo in crisi dalle sfide del presidente della repubblica Gauck e dal ministro degli esteri Steinmeier (SPD). Entrambi infatti pretendono che alla potenza economica tedesca corrisponda anche una maggiore presa di responsabilità su scala europea e internazionale (così l’editoriale di Matthias Geis, Die Zeit, 06.02.2014). Se Schulz dovesse effettivamente trovare una maggioranza qualificata in Consiglio le sue proposte di integrazione politica federale avrebbero – forse – anche l’appoggio di Rayoi, di Juncker e della parte più “sociale” della CDU. Questo lo potrebbe portare ad allargare la sua maggioranza ai popolari. Le politiche di riforma delle istituzioni europee di Schulz otterrebbero inoltre, anche in Germania, una maggioranza in parlamento che metterebbe la linea Merkel in minoranza ‘a casa sua’ grazie all’inedita alleanza di SPD, Grünen e Die Linke. In quest’ottica la Sinistra Europea potrebbe giocare seriamente le sue carte nel Parlamento europeo, sfidando i socialisti sui temi sociali e di investimento, offrendo il suo appoggio alle riforme istituzionali in chiave federale, mettendo all’angolo i conservatori di Cameron e spingendo la maggioranza sulle proprie posizioni. Tutto ciò sapendo di poter contare sulla sensibilità socialdemocratica di Schulz.

Portando la Sinistra Europea su posizioni federaliste d’avanguardia, la Lista per Tsipras potrebbe sfidare i Socialisti e Democratici su temi quali la creazione di un bilancio autonomo per l’Unione, magari seguendo la proposta di Franco Gallo che nella sua Spinelli Lecture 2013 ha suggerito l’introduzione di un vero sistema di tassazione comunitario articolato sulla tassazione delle emissioni di CO2 (carbon-tax), delle transazioni finanziarie (Tobin-tax) e dell’accesso digitale ai dati individuali.

Un’altra sfida potrebbe essere condotta sui temi dello stato sociale minimo europeo, inquadrandolo in un ambito di investimento comunitario e non solo di convergenze di standard minimi. Anche sulla politica estera le proposte di Schulz potrebbero essere considerate timide e certamente meno avanzate rispetto ai piani di difesa comune proposti negli anni ‘50 da Altiero Spinelli e svaniti nel ‘53 con la morte di Stalin.

Per gli interessi greci il ricorso all’esempio della conferenza di Londra del ’53 deve e può essere fatto, ma bisogna prestare molta attenzione a giocare con la storia e bisogna evitare spiriti di revanchismo nei confronti della Germania. Piuttosto occorre mostrare il senso che la solidarietà europea ha dato alla fondazione dell’Unione, così come riconosciuto da Schulz.

Sicuramente Tsipras avrebbe molto più potere contrattuale se riuscisse a presentarsi al tavolo del Consiglio europeo in qualità di primo ministro di un futuro governo greco a guida di Syriza.

Questa eventualità potrebbe rappresentare, secondo un editoriale pubblicato sul NY-Times da Galbraith e Varoufakis, un’insperata possibilità per l’Europa.

Su scala italiana sarebbe a mio parare necessario che la Lista per Tsipras sfidi il PD sui contenuti delle riforme delle istituzioni europee, affinché interpreti nel gruppo del PSE un ruolo di player federalista, giocando di sponda con i Verdi e la Sinistra secondo lo schema suggerito negli anni ‘90 dallo scomparso Alex Langer. Tutto ciò tenendo conto che per la natura peculiare del PD al suo interno si trovano anche anime che potrebbero parlare ai federalisti presenti tra i popolari e i liberali. Sia Renzi che Letta parlano spesso di “Stati Uniti d’Europa”: è ora che diano a questo titolo proposte di riforme concrete e attuabili.

Bisognerebbe smascherare la campagna elettorale di Berlusconi che giocherà contro l’Europa della Merkel ma darà i suoi voti in dote alla cancelliera – e Forza Italia sarà determinante negli equilibri tra PPE e PSE.

Infine sarebbe auspicabile non cercare di sottrarre voti al PD, indebolendo l’arco socialista europeo, ma cercare di recuperarli tra i meet-up grillini delusi, nella sinistra eclissata, tra i movimenti ambientalisti e perché no, forse da qualche europeista convinto di provenienza radicale.

Fondamentale è quindi tentare di uscire dal framing dell’opposizione ‘euroscettici’ contro ‘larghe intese,’ mostrando la qualità delle riforme sociali e istituzionali a cui la Lista per Tsipras aspira e in questo modo permettendo forse a Schulz di uscire dall’abbraccio delle larghe intese e dalla logica del Parlamento europeo come macchina del consenso in cui spetterebbe allo schema popolari-liberali-socialisti fare blocco al centro per tenere insieme l’Unione. In questo modo non si libererebbero le alternative che la situazione presente rende possibili.

Legislatura costituente

Concludo rilanciando la proposta suggerita dal movimento dei giovani federalisti tedeschi JEF: se le Europee del 2014 riusciranno a rendere possibile un vero spirito costituente, allora perché non proporre di tenere la prima seduta di un’assemblea costituente europea a Sarajevo nell’agosto del 2014? Una costituente a Sarajevo – la città da cui prese fuoco la miccia della guerra civile europea – avrebbe un alto valore simbolico, permettendo all’Europa una riconciliazione con la sua storia. L’estate 2014 sarà in pieno semestre europeo italiano. Potrebbe essere un modo straordinario per ricordare degnamente Alexander Langer, il grande ambientalista e politico europeo che esattamente venti anni fa scrisse: “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”.


[1] La maggioranza qualificata si stabilisce fino al 01.11.2014 secondo il seguente sistema di voti ponderati: “Il voto a maggioranza qualificata nell’ambito del Consiglio dell’Unione europea risponde al principio di ponderazione dei voti. Secondo la ponderazione attuale, gli Stati più popolosi beneficiano fra 27 e 29 voti, i paesi mediamente popolosi si sono visti assegnare fra 7 e 14 voti e i ‘piccoli paesi’, dispongono di 3 o 4 voti. Una decisione deve necessariamente raccogliere almeno 255 voti su 345 per poter essere approvata. La ponderazione dei voti rappresenta il frutto di un compromesso tra Stati membri che, pur eguali in diritto, presentano caratteristiche diverse. Il numero dei voti attribuito a ciascuno Stato membro è determinato soprattutto dal loro rispettivo peso demografico e da un adeguamento che determina una relativa sovrarappresentanza degli Stati meno popolosi.” Dal novembre 2014 entrerà in vigore un nuovo sistema di ponderazione che lo sostituirà definitivamente dal 01.04.2017: “Secondo il trattato, la nuova maggioranza qualificata corrisponde ad almeno il 55% dei membri del Consiglio (almeno 15 di essi) e ad almeno il 65% della popolazione europea. Una minoranza di blocco può essere costituita da almeno 4 membri del Consiglio.” Tra il novembre 2014 e il marzo 2017 si potrà fare appello al compromesso di Ioannina, ovvero il ricorso al vecchio sistema se si forma un blocco di minoranza.

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