Referendum costituzionale ed Europa: perché votare Sì

Nel mediocre dibattito sulle ragioni del No e del Sì al referendum costituzionale di domani stupisce la completa mancanza di riferimenti al quadro istituzionale e politico dell’Unione Europea. In ottica europea, se la riforma venisse attuata, gli organi del potere legislativo ed esecutivo italiano verrebbero responsabilizzati in ambito nazionale, locale ed europeo.

Oggi i parlamenti nazionali sono spesso solo organi esecutori di scelte che vengono compiute altrove, nel consiglio europeo, da parte della commissione europea o, più raramente, dal parlamento europeo. Il sistema bicamerale italiano risente più di altri di questa situazione di federalismo degli esecutivi, per cui il governo è sempre più costretto a intervenire con decreti legislativi, mortificando il parlamento. A causa della frammentazione politica e istituzionale gli esecutivi italiani si trovano molto raramente in grado di pianificare politiche di medio e lungo termine in ambito europeo. Nei consigli europei i ministri degli altri stati non possono contare su figure di riferimento del governo italiano che garantiscano fiducia e continuità (basti pensare che la Merkel, in carica da 12 anni, ha avuto a che fare con cinque diversi primi ministri italiani). Per questo motivo gli interessi dell’Italia vengono raramente presi in considerazione. La tradizione europeista e federalista italiana fatica pertanto a incidere seriamente su scelte concrete.

La riforma costituzionale intende valorizzare il ruolo della camera, come sola assemblea che da’ fiducia al governo, mentre i rappresentanti delle regioni e dei comuni svolgerebbero nel nuovo senato solo un ruolo di controllo e di co-decisione. In tal modo il parlamento riacquisterebbe centralità e i poteri locali visibilità. Dipendendo da una sola camera, l’esecutivo sarebbe chiamato a maggiore responsabilità di fronte all’elettorato e potrebbe rappresentare con più continuità l’Italia in chiave europea non dovendo sottostare a due diverse costellazioni di maggioranza che favoriscono, soprattutto al senato, il potere di interdizione delle formazioni politiche minori.

Ulteriori possibilità di partecipazione vengono offerte attraverso l’introduzione di referendum propositivi e il rafforzamento delle iniziative di legge popolare.

Al netto dell’arroganza di chi l’ha proposta, delle antipatie e delle tattiche politiche di quanti hanno contribuito a scrivere la riforma ma si sono ritratti dopo averla in parte votata (Lega, Forza Italia, Monti, minoranza PD), le ragioni del NO si possono ridurre a due:

  • Pericolo di deriva autoritaria per via dell’effetto combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale
  • Pericolo di maggiore corruzione per via del doppio ruolo dei senatori sindaci e consiglieri regionali

Chi teme il pericolo di una deriva autoritaria (ANPI e Libertà e Giustizia) sostiene che il senato in un sistema di bicameralismo paritario abbia il compito positivo di svolgere funzione di controllo sull’operato della camera. Posto che l’Italia è un caso unico a livello mondiale nel quale due camere con suffragio differenziato (18 e 25 anni) e sistema elettorale differente hanno i medesimi poteri, questo argomento non tiene presente che dal 1979 i parlamenti nazionali sono affiancati da un’altra camera, il parlamento europeo, con sempre più poteri (sebbene non ancora abbastanza riconosciuti e valorizzati dall’opinione pubblica). Oltre a un’ulteriore assemblea, le istituzioni europee offrono anche organismi di controllo comparabili a una corte costituzionale, quali ad esempio la corte di giustizia. Nel caso di un futuro governo autoritario, questi, per poter attuare le sue politiche, dovrebbe vedersela con i poteri esecutivi e legislativi europei, mentre i singoli cittadini potrebbero appellarsi alla corte europea di giustizia se i loro diritti individuali venissero violati.

Chi si dice favorevole ai contenuti della riforma (avendola votata), ma teme l’effetto combinato disposto di questa con la legge elettorale (minoranza PD) o con le politiche economiche del governo (Monti), confonde un modello politico maggioritario o una linea economica differente a quella del governo attuale con l’assetto istituzionale proposto da questa nuova riforma. Paradossalmente, se questa venisse approvata, sarebbe più facile, una volta ottenuti i voti necessari per formare nuove maggioranze, attuare politiche differenti o proporre nella nuova camera una legge elettorale di stampo proporzionale.

Per quanto riguarda la possibilità che il nuovo assetto costituzionale favorisca la corruzione dato il doppio ruolo di vigilanti e vigilati dei futuri senatori, va sottolineato che l’assetto attuale non impedisce certo la corruzione dei senatori e dei consiglieri regionali – anzi! Piuttosto, dando a loro e al loro operato maggiore visibilità, c’è da augurarsi che questi siano portati a una crescente assunzione di responsabilità (perlomeno in vista del turno elettorale successivo).

Riassumendo: votando No non cambierebbe nulla a livello istituzionale, non avremmo una nuova legge elettorale, indeboliremmo questo governo e rafforzeremmo i populismi autoritari di Lega e Grillo.

Votando Sì potrebbe forse non cambiare nulla, ma si rischierebbe di responsabilizzare il futuro parlamento (votato con una nuova legge elettorale – in parte ancora da scrivere), il futuro governo e i rappresentanti delle amministrazioni locali. Ci sarebbero più spazi di partecipazione al di fuori dei partiti e si obbligherebbe questi a rispondere con più chiarezza del proprio operato parlamentare e di governo. Infine si garantirebbe all’Italia una rappresentanza più stabile negli organi europei.

P.S.

Il vero risvolto politico del Sì su cui varrebbe la pena riflettere, non è la conferma del governo di Renzi e di Alfano, ma il rafforzamento di uno dei pochi esecutivi (se non l’unico) che in Europa sta cercando di fare sul serio nelle politiche di accoglienza dei migranti, nel cambiamento delle politiche economiche e nel riassetto delle istituzioni europee in chiave federale e democratica. Il 25 marzo 2017, in occasione del sessantesimo anniversario dei trattati di Roma, il governo italiano, insieme al gruppo Spinelli con l’appoggio di numerosi parlamentari europei e le simpatie degli attuali presidenti di commissione e parlamento europeo, vorrebbe invitare gli stati membri dell’Unione a compiere un passo decisivo verso una maggiore integrazione europea. Indebolire questo governo proprio ora significa rinunciare a dare all’Italia la possibilità di incidere in modo duraturo in Europa pochi mesi prima che si voti in Francia, Olanda e Germania…

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