Majdan! Ucraina, Europa?

La rivoluzione Ucraina è nata per la scelta di spostare le dinamiche dell’opposizione dai discorsi identitari e nazionalisti ai discorsi legati ai valori civili e democratici, facendo leva sulla crisi economica e la frustrazione popolare per la spudorata corruzione del regime autocratico di Yanukovych e cercando aiuto nell’Unione Europea. Come risponderà l’Europa all’appello ucraino?

Dal 21 novembre 2013 (data della sospensione degli accordi per l’accordo di associazione tra l’Ucraina e la UE) ha avuto inizio, a partire dalla piazza centrale di Kiev (Maidan Nesaleschnosti Майдан Незалежності [maɪ̯dˈan nezal’ɛʒnosci]), un grande movimento di protesta che negli ultimi mesi ha rivoluzionato non solo l’Ucraina, ma l’intera geopolitica euroasiatica, in seguito al quale la Russia di Putin ha cercato di imporre prepotentemente la propria politica egemonica prima in Crimea e in questi giorni nell’est dell’Ucraina, dove purtroppo si stanno registrando scontri sempre più violenti.

Prima di tentare di dare una lettura di quanto è successo vorrei segnalare il blog di Christian Hermann, il quale è impegnato da anni per il servizio civile internazionale nell’Ucraina occidentale per il recupero dell’eredità culturale ebraica e yiddish: http://vanishedworld.wordpress.com/, quest’anno il suo viaggio tra Leopoli, Černivci, Ternopil’, e la regione della Podolia nel mese di febbraio si è trasformato in un viaggio tra presente (euromaidan) e passato (yiddish), viaggio che Christian ha documentato con una serie straordinaria di immagini sul suo blog.

In questo post non intendo affrontare la cronaca di questi giorni, ma offrire alcuni spunti di riflessione sulle dinamiche di questo conflitto. A mio avviso è fondamentale offrire una chiave di lettura capace di trascendere le contrapposizioni nazionalistiche e identitarie, perché sono ben altri i valori per i quali gli studenti ucraini sono scesi in piazza.

Dalla piazza ha appunto preso il nome la protesta: in ucraino – così come in persiano, arabo e turco si dice Майдан, maydan, midan, meydan o ميدان‎, maydān. La piazza è diventata recentemente al Cairo (ميدان التحرير‎, Maidān at-Taḥrīr), a Istambul (Taksim Meydanı ) e a Kiev (Maidan Nesaleschnosti Майдан Незалежності) l’epicentro di una rivolta politica spontanea. In Ucraina è riuscita a farsi rivoluzione e a rovesciare il potere diViktor Fedorovych Yanukovych, il quale, eletto nel 2010, aveva modificato la costituzione ucraina del 2004 in chiave fortemente autoritaria e repressiva. Questa rivoluzione viene chiamata dai manifestanti “rivoluzione della dignità” ed è diventata famosa con lo slogan #euromajdan, ora attivissimo anche in inglese su twitter e con un proprio blog. Ogni manifestante ha il diritto di prendere parola non solo su internet, ma anche in piazza: in ogni majdan ucraino è stato posto un microfono aperto in cui ognuno ha il diritto di dire la sua.

La chiave simbolica di questo movimento si condensa in questo nome, che fonde europa e majdan (piazza, agorà), e cerca disperatamente di salvare dalle prepotenze delle oligarchie post-sovietiche corrotte e dall’imperialismo di Putin le dignità civili ed economiche dei cittadini ucraini.

Di fronte all’ondivago tentativo di Yanukovych nel contrattare con l’Unione Europea un patto di accordo economico (che richiedeva anche il rispetto di precisi parametri di garanzie democratiche e costituzionali) e il repentino cambio di prospettiva con l’accordo con la Russia di Putin, è gonfiata improvvisamente la protesta. Dopo che in moltissime città ucraine i manifestanti sono diventati centinaia di migliaia la repressione militare ha rinforzato la rabbia di una popolazione vessata da inefficienza, corruzione e crisi economica. Le immagini della violenza degli scontri hanno infiammato i social network coinvolgendo l’opinione pubblica internazionale. Per la prima volta dal 1989 una rivoluzione in un paese dell’est europeo sta pagando un forte tributo di sangue.

lutto al majdan di Leopoli il 23 febbraio (foto Christian Herrmann via vanishedworld.wordpress.com

lutto al majdan di Leopoli il 23 febbraio (foto Christian Herrmann, via vanishedworld.wordpress.com)

È difficile distinguere criticamente i vari motivi delle proteste, ma a me sembra utile distinguere due contrapposizioni: la contrapposizione nazionalistica, identitaria e linguistica tra ucraini e russi da una parte, e la richiesta del rispetto dei valori e della dignità della persona, dei diritti civili, democratici ed economici di fronte a un potere inefficiente, spudoratamente corrotto e apertamente oligarchico dall’altro. Il proseguimento della crisi sarà dettato dal modo con cui queste due istanze si evolveranno: se convergeranno (sovrapponendo al nazionalismo ucraino la richiesta di diritti civili e democratici) o divergeranno (ovvero se una sola di queste istanze prenderà il sopravvento) dipenderà da quali forze popolari, economiche, politiche e militari accompagneranno o combatteranno i manifestanti.

La contrapposizione nazionalistica – su cui gran parte del dibattito internazionale si sofferma – giova a mio parere solamente a chi cerca di mantenere o imporre strutture autoritarie, in chiave nazionalistica ucraina o imperiale russa.

Negli anni ’90 di fronte al crollo del sistema di potere sovietico le divisioni culturali, linguistiche e religiose, interne all’Ucraina portarono Samuel Huntingtons a utilizzare le carte dei risultati elettorali per corroborare la sua tesi che in futuro non ci saranno più lotte tra nazioni, ma tra culture, e che l’Ucraina sia il campo di battaglia tra due culture inconciliabili in lotta fra loro (Clash of Civilizations, 1996). La conclusione: inevitabile scissione del paese per evitarne la balcanizzazione. Nonostante la diffusione di questa tesi in Russia, Europa e America il paese c’è ancora, sebbene mutilato dall’annessione della Crimea alla federazione russa nelle settimane scorse.

Yaroslaw Hrytsk, pubblicista e prof di storia all’Università Cattolica di Leopoli, ha confrontato sondaggi d’opinione degli ultimi 20 anni condotti tra Leopoli e Donetzk, due città agli antipodi in ucraina. Le sue analisi mostrano discordanze “drammatiche, ma non tragiche” tra le due città. Non si è mai verificata una maggioranza per l’opzione scissionista, nonostante le contrapposizioni vengono usate nelle retoriche politiche nazionali e internazionali.

“Non è un problema di identità, ma di valori” sottolinea Hrytsk: nonostante le differenze di identità siano notevoli, queste non mettono necessariamente in crisi la stabilità politica dello stato ucraino. Sono piuttosto i valori di una società chiusa che impediscono le riforme necessarie al paese e l’affermarsi delle autoritarie oligarchie locali, a est e ovest del paese.

Da quando l’Ucraina è oggetto di studio del World Value Survey si osserva una tendenza rilevante: tra il 2000 e il 2010 si è registrato un passaggio da una prevalenza di preferenze valoriali volte alla “sopravvivenza” a preferenze per “il pieno sviluppo di sé e delle proprie aspirazioni”. Nello stesso periodo, a fronte di dati economici simili, in Russia si è registrata una dinamica opposta, segno, a parere di Hrytsk di una egemonia culturale, prima ancora che di un dominio autoritario da parte di Putin in Russia.

Soprattutto nella generazione post-sovietica (chi ha oggi 18-25 anni) si registrano preferenze valoriali più simile ai loro coetanei erasmus europei che non alle generazioni ucraine precedenti. La nuova generazione è la più favorevole all’integrazione europea ed è di fatto già integrata nei social network e negli scambi universitari.

Di fronte a ciò Hrytsk invita a spostare l’attenzione dalle identità (linguistiche e culturali) alle attitudini e preferenze di valore per comprendere il fenomeno di #euromajdan. È infatti impossibile capire i protestanti se non si cerca di comprendere le loro aspirazioni ai “valori europei” attraverso quella che hanno chiamato “rivoluzione della dignità”.

Hrytsk sottolinea che le proteste sono nate a seguito di un tentativo intenzionale degli intellettuali ucraini di spostare le dinamiche dell’opposizione dai discorsi identitari ai discorsi legati ai valori. Certo, sono valori che vanno al di là dell’Europa, che sono condivisi dal Meydanı turco e dall’occupy di Wall Street, ma per i giovani ucraini corrispondono all’Unione Europea, perché vedono in essa la loro possibile realizzazione.

“L’ironia amara della situazione” risiede, secondo Hrytsk, nel fatto che l’Europa non vede appunto questo aspetto: “politici, burocrati, sociologi e giornalisti continuano a parlare di identità, si occupano del ruolo attivo degli estremisti di destra nel majdan o della minaccia di scissione del paese.” In questo modo fanno il gioco di Putin. Hrytsk non nega affatto l’importanza delle identità e il pericolo reale di una scissione, che all’est è sempre più reale, ma conclude: “Mai l’Ucraina è stata in un pericolo più grande, mai ha avuto possibilità così radicali di cambiamento.” [ripreso dalla traduzione tedesca dal titolo Die Revolution der Würde in Majdan! Ukraine, Europa. edition.fotoTAPETA__flugschrift, Berlino 2014, 72-78]

giovani dei gruppi autoorganizzati per la sicurezza del majdan di  Chernivtsi il 20 febbraio 2014 (foto Christian Herrmann via vanishedworld.wordpress.com

giovani dei gruppi autoorganizzati per la sicurezza del majdan di Chernivtsi il 20 febbraio 2014 (foto Christian Herrmann, via vanishedworld.wordpress.com)

La dinamica del majdan è stata caratterizzata da uno spontaneismo iniziale (come ai movimenti delle primavere arabe, degli occupy e degli indignados), che si è trasformato attraverso forme di autoorganizzazione, dall’amministrazione, alle barricate e alla guerriglia urbana (alcuni hanno paragonato queste dinamiche organizzative dirette ai “sitch” del tempo dei cosacchi. La frustrazione dei manifestanti ha avvicinato ai gruppi di autodifesa anche alle frange più attive del cosiddetto “settore di destra” (Pravyy Sector), la cui propensione alla guerriglia urbana è stata condivisa dai protestanti dopo settimane di repressione violenta. È evidente comunque, dato il carattere fortemente autogestito del majdan, che i capi politici non lo guidano, ma piuttosto cercano di ottenerne il consenso. Anche il gruppo politico nazionalista ucraino e fascisteggiante Swoboda (libertà), che dopo la fuga di Yanukovych è entrato nel governo di unità nazionale con 3 ministri, ha dovuto rinunciare a moltissimi dei suoi slogan razzisti e antisemiti per poter essere accettato sul majdan. Molti hanno sottolineato il pericolo della presenza di questi gruppi di estrema destra al governo. La Russia ha creato una forte propaganda contro i “nazisti ucraini”, anche durante i giorni precedenti al referendum in Crimea, intimando alla popolazione ebraica di non votare per rimanere nello stesso paese di chi li avrebbe portati a Buchenwald. Questa propaganda è stata sconfessata dalle stesse comunità ebraiche. Senza difendere i fascisti di Swoboda e di Pravyy Sector si potrebbe cinicamente far notare che tra un governo provvisorio di unità nazionale con 3 ministri di idee fasciste e un potere dittatoriale dotato di una milizia militare solita ad azioni squadriste di repressione nei confronti di tutti gli oppositori, esistono ragioni per accettare un compromesso.

Al di là delle propagande nazionalistiche che cercano di fomentare antichi rancori mi sembra importante sottolineare l’importanza che il majdan ha fin da subito attribuito al concetto dei “valori europei”. Cosí infatti scrive l’ambasciatore ucraino in Italia, Yevhen Perelygin:

“Come ha detto una giornalista ucraina, prima del vertice di Vilnius, l’Ucraina chiedeva all’Ue dei finanziamenti e l’Ue insisteva sul mantenimento dei valori. Nelle ultime settimane Kiev ha chiesto all’Ue di difendere e non tradire i valori, ma Bruxelles ha dato i finanziamenti – pensando al contempo a come evitare di perdere gli affari con la Russia.”

L’appello delle piazze ucraine all’UE è di decidere se dare il primato agli interessi economici o alla difesa geopolitica della propria unitá, della sovranitá dei paesi dell’Est, e dei valori della carta europea dei diritti umani. Se l’Europa saprà rispondere forse in futuro potrà ringraziare Putin. L’UE deve decidere quale politica estera e quale politica energetica vuole darsi, se privilegiare l’azione comune o la concorrenza tra gli stati (dove gli stati occidentali, tra tutti Italia, Germania e Olanda sono i primi partner commerciali con la Russia).

La campagna elettorale europea forse sarà contraddistinta nel 2014 oltre che dalle solite beghe nazionali interne agli stati membri, più che dalla crisi economica greca, dalla crisi geopolitica della sua frontiera ad est. Solo dopo il 25 maggio si potrà capire che piega prenderanno gli eventi: le anticipate elezioni presidenziali ucraine cadranno simbolicamente il giorno di chiusura delle elezioni europee. Il magnate del cioccolato che sembra in vantaggio nelle prognosi, Petro Poroshenko, ha addirittura posto come obiettivo l’ingresso dell’Ucraina nell’UE in dieci anni. Questo oligarca filooccidentale, industriale dell’alimentare e delle telecomunicazioni, sembra non aver sfigurato nelle sue numerose esperienze di governo passate e vuole entrare a pieno titolo nella lotta titanica tra gli oligarchi ucraini per il controllo del destino del paese.

La possibilità che l’euromajdan non faccia la fine di Maidān at-Taḥrīr, ovvero che l’Ucraina non entri in un periodo di forte destabilizzazione come l’Egitto di oggi, dipende dal ruolo che saprà giocare l’Europa.

Il candidato dei liberali alla presidenza della commissione, Verhofstadt ha promesso ai manifestanti di Kiev che l’Europa non li lascerà mai soli, perché loro combattono per difendere i valori europei:

Luigi Caracciolo ha però contrapposto nella sua analisi della crisi ucraina l’idea di Europa (occidentale) dei padri fondatori, come superamento dei vecchi nazionalismi e l’idea di Europa dei nuovi paesi membri dell’est, che vedono in essa solo lo scudo per proteggere le proprie nazioni dalla Russia e l’anticamera della Nato (the new Europe di Bush, insomma, che Caracciolo ravviva esattamente 10 anni dopo l’invasione dell’Iraq). Quali di queste due idee di Europa, la nuova o la vecchia saprà essere attuale?

Barbara Spinelli, di fronte a questo dilemma, ha difeso strenuamente la vecchia idea d’Europa, sottolineando l’importanza di un abbraccio federalista all’Ucraina, per liberarla al contempo dai nazionalismi interni e dagli imperialismi russi e aiutarla a ricostruire le fondamenta di uno stato in frantumi.

Certo è che oggi l’Ucraina vive in modo lacerante il proprio essere (anche nella propria radice etimologica) una terra di frontiera, un limite tra occidente e Russia che quest’ultima intende come il proprio Rubicone. L’Ucraina è uno stato in forte crisi democratica ed economica. Nel momento in cui la propria oligarchia contrattava con l’Europa il rispetto della difesa dei valori civili per ottenere aiuti commerciali, e ha poi repentinamente accettato i soli vantaggi economici in un accordo con Putin rinunciando a migliorare le condizioni democratiche e civili, l’inaspettato appello della piazza all’Unione Europea per venire incontro alle loro aspettative ha sorpreso tutti, Europa compresa.

Mentre l’UE non riesce a definirsi come Terza Forza (60 anni dopo il fallimento della CED), tra USA e Russia si sta sviluppando un braccio di ferro geopolitico ed energetico. Da una parte il progetto Russia, ovvero l’obiettivo russo di assumere un ruolo geopolitico in un assetto mondiale multipolare attraverso i corridoi energetici, il nazionalismo delle minoranze russe e il potere militare. La Nato, che ha tentato di sostituirsi all’ONU nella gestione dei conflitti, non ha fatto i conti con la risposta russa. A fronte del declino americano dal ruolo di unica superpotenza la Russia offre così sul piatto del conflitto non più la guerra fredda del novecento, ma un concerto 2.0 delle potenze mondiali e la spartizione di ruoli egemonici regionali. Alle azioni e alla propaganda russa l’amministrazione americana risponde con l’impegno diplomatico, l’allerta NATO e un’interessante tentativo di contropropaganda.

Si contrappongono quindi i progetti di affiliazione economica dell’Ucraina all’EU (accordo siglato dal governo di transizione ucraino) e il progetto russo di unione economica euroasiatica; i progetti di alleanza militare della Nato e le prime alleanze militari russo-cinesi; il sogno federalista europeo che abbracci l’Ucraina in un’Unione Europea transnazionalmente democratica e la realtà dell’annessione di forza della Crimea nell’imperialismo autoritario della federazione russa.

Infine si sta delineando una sempre più chiara concorrenza tra USA e Russia nella geopolitica del gas, con il tentativo di Obama di vendere agli europei lo shale gas americano per liberarli dalla dipendenza con la Russia. Proposta che ha suscitato molte perplessità e l’indifferenza di Germania e Eni, che sono rispettivamente legate al progetto di Gazprom con i gasdotti del mar Baltico e del mar Nero e Adriatico. Tutti questi interessi e contrapposizioni si giocano oggi in Ucraina, che è nuovamente minacciata dalla guerra del gas.

Il primo ministro polacco Tusk ha a tal proposito proposto un’interessante strumento di integrazione europea funzionalista per venire incontro al dramma ucraino: ovvero la gestione unitaria europea delle forniture di gas, creando un’unica borsa europea per il mercato interno, e contrattando il prezzo in chiave comunitaria e non attraverso politiche energetiche nazionali. Con questa azione comune si darebbe all’Europa dell’est un primo scudo (più efficace degli scudi missilistici) alle prepotenze russe e si permetterebbe a tutta l’Europa di mantenere rapporti commerciali sia con gli USA che con la Russia senza rinunciare ai propri valori in cambio di patti con il gas.

Può sembrare poco, però forse è ad oggi una delle proposte più pragmatiche ed efficaci che siano state fatte, dato che porterebbe in un terreno molto delicato, come quello energetico, i paesi europei dall’anarchia all’azione comune. Data la leadership europea dell’ENI nel mercato europeo del gas l’Italia potrebbe, se solo lo volesse, giocare un ruolo determinante nella realizzazione dell’idea di Tusk durante il semestre europeo. Solo cogliendo al volo queste apparentemente piccole idee si può portare avanti il progetto federale europeo, mantendo alta la tensione e l’attenzione per i valori per cui i giovani ucraini sono in piazza.

Se non ci sarà però da parte europea il tentativo di fornire attraverso politiche concrete spazi e sponde per un’alternativa democratica ai cittadini ucraini, le loro istanze di cambiamento rimarranno in balia degli eventi e delle spartizioni economiche e geopolitiche. Una cosa è certa: se l’Unione non saprà cogliere l’appello dell’agorà ucraina di difendere i valori per cui è nata, non sarà degna della sua storia.

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